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Un capolavoro

Un ‘sorpasso’ di mezza estate

Generico giugno 2022

Da Jacopo Bononi -presidente

Come non ricordare un capolavoro come ‘Il Sorpasso’ del grande Dino Risi a sessant’ anni dalla sua uscita nelle sale e a pochi giorni dalla scomparsa dell’attore francese Jean Louis Trintignant che impersonava il giovane timido intercettato per caso da Vittorio Gassman, protagonista con lui della pellicola del 1962. La dimensione culturale dell’opera e il suo peso storico non va rintracciato solo nella regia attenta e innovativa per l’epoca, basti pensare alle scene in auto in un primissimo piano dei protagonisti, quanto piuttosto nella sceneggiatura di Scola e Maccari, oltre che dello stesso Risi. Nel suo mischiare temi sociali e di attualità per il periodo, essa è prodiga di spunti di riflessione sulla società dei costumi e il suo incontenibile cambiamento. In questo la valenza letteraria, se così si può dire, dell’opera acquisisce una dimensione tale da autostoricizzarsi. Va da sé che poi il susseguirsi di episodi legati al viaggio dei due occasionali protagonisti ci fornisce uno spaccato unico e irripetibile della società italiana dell’ appena iniziato ‘boom economico’ e che sarebbe durato ancora meno di un decennio. Come un bel romanzo o una serie di racconti la cui rilettura continua a stupirci per l’immutata fragranza, così l’opera di Risi si fa rivedere e rivedere e come in quei libri le sfumature si aggiungono ad ogni ri-visione. Come dimenticare i paesaggi, che sono co-protagonisti del film, sia quelli della campagna maremmana sia quelli marini della parte finale oppure l’austera ambientazione nel casale dello zio del giovane studente che fa da contraltare alle spiagge affollate del ferragosto toscano di Castiglioncello e dintorni. Insomma un caleidoscopico dipinto che, nello splendido bianco e nero esaltato dalla fografia di Alfio Contini, sembra invadere ad ogni inquadratura la nostra mente e rende la visione a colori. I colori di quella umanità variegata che la sceneggiatura tenta di dipingere in un ventaglio che è così ampio da non finire per essere una catalogazione solo per la bravura dei protagonisti e di tutti i comprimari. A partire da un’altra icona quale fu Catherine Spaak, allora quindicenne, che con una maestrìa inarrivabile ridipinge e attualizza la Lolita protagonista del romanzo di Vladimir Nabokov, cinematograficamente immortalata, in modo diverso ma ugualmente unico da Kubrick prima e da Lyne dopo. Il suo personaggio, scritto con molta attenzione dagli autori, riesce perfettamente a calibrare e a armonizzare quello della ‘ninfetta’ legata anche per interesse all’attempato suo pigmalione con quello di una modernissima donna emancipata, che fa invecchiare di colpo il moderno e anticonformista padre-Gassman. Questa estate così improvvisa e insieme così torrida che sembra averci fatto scordare in un sol colpo le minacce virali ancora incombenti e quelle belliche, travolti come siamo da un benvenuto ritorno della massa turistica altrettanto vogliosa di mettersi alle spalle questi due anni così difficili, rivive nella corsa che porta al tragico epilogo. La morte arriva annunciata. Come in un grande romanzo è forse il saluto del bambino sull’ape, ricambiato dallo studente prossimo alla fine, che più ci rimanda alla epica tragicità del nostro vivere, così intenso e così fragile al contempo. Tutti i protagonisti infatti sembrano vivere un frammento della nostra stessa esistenza e nei loro aneliti o nei loro limiti la bravura degli sceneggiatori riesce a definire come uno specchio nel quale noi stessi ci vediamo o meglio rivediamo. Quindi ad esempio i cosiddetti personaggi di contorno, come il cugino avvocato o la consorte del protagonista, ritagliano figure di una estrema modernità al punto che potrebbero essere molte delle persone che accompagnano la nostra stessa vita, per miseria o solitudine. La corsa folle della splendida Lancia Aurelia decappottabile finisce giù per una scarpata e lo sguardo all’indietro dei due protagonisti di alcune inquadrature precedenti sembra un monito alle stesse nostre vite, spesso troppo in corsa o peggio ancora cristallizate nella routine.

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