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Dalla teoria gender (che non esiste) alla scuola gender sensitive - Tirreno Elba News
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Lettera al direttore

Identità sessuale

Dalla teoria gender (che non esiste) alla scuola gender sensitive

bambini, scuola

Da Linda Del Bono

Gentili lettrici e gentili lettori,

a seguito delle numerose polemiche e perplessità sulla scelta adottata dall’Istituto Comprensivo Sandro Pertini in merito all’utilizzo di grembiulini del medesimo colore per bambini e bambine di sesso biologico maschile e femminile, con il solo ed unico intento di apportare un contributo per quello che riguarda le informazioni e le conoscenze di carattere scientifico su alcune questioni, vi invito a leggere quanto segue.

L’identità sessuale

La sessualità in generale, ma in particolare il genere, si presentano come concetti caratterizzati dalla massima incertezza tra etimologia e usi, grazie ai valori di cui sono stati nel corso del tempo caricati dai vari meccanismi di potere; a causa di tale certezza si è prodotto il falso allarmismo anti-gender,  sfociato sul finire dell’anno 2015 anche grazie all’avanzare  in tutta Europa di movimenti populisti che trovano terreno fertile nei contesti sociali più fragili dal punto di vista culturale, in una campagna contro la già citata teoria del Gender con l’intento di ostacolare se non addirittura abolire progetti destinati a promuovere l’ educazione all’affettività e alle pari opportunità nella scuola pubblica italiana. Facciamo un po’ di chiarezza dunque.

Le scienze sociali e la pedagogia ci sottolineano come l’identità sia fortemente condizionata sia dal contesto sociale che dalle relazioni che instauriamo fin dalla nascita, quindi  da quell’insieme di esperienze, discorsi e modelli culturali che fanno parte della nostra esistenza con il costante intento di darle un senso.

Il termine identità sessuale è riferito al modo in cui “una persona si sente fisicamente e psicologicamente connotata dal punto di vista sessuale”, ovvero il modo nel quale  si “percepisce e conseguentemente definisce in relazione a tutti gli aspetti relativi la propria sessualità”.

A differenza del passato, quando le possibilità identitarie erano connotate da rigidità e dualismo, oggi l’identità è soggetta ad una moltitudine di possibilità, rendendo le definizioni terminologiche e le classificazioni mediche meno definitorie e lineari: risulta difficile, per taluni persino errato e fuorviante, cercare di spiegare in modo definitivo processi che riguardano affetti, sentimenti, relazioni umane che sono risultanti dall’interazione di numerosi elementi. Tenendo conto di questo limite, si ritiene importante definire cos’è l’identità sessuale e come si sviluppa.

Attraverso gli studi degli psicologi Shively e De Cecco, la moderna letteratura scientifica sostiene che l’identità sessuale sia un costrutto multicomponenziale costituita da quattro elementi fondamentali: il sesso biologico, l’identità di genere, il ruolo di genere e l’orientamento sessuale. Alti autori hanno individuato altre componenti, altri ancora ritengono che identità sessuale e orientamento sessuale coincidano; ciò che ne emerge è indubbiamente la sua complessità e la non linearità rispetto alla sua strutturazione e definizione.

Il sesso biologico si riferisce alle caratteristiche di natura biologica che contraddistinguono i maschi dalle femmine e che viene assegnato alla nascita a partire dall’osservazione dei genitali esterni: vulva e vagina o pene e testicoli. La realtà biologica della differenziazione sessuale è però più complessa e distingue un sesso cromosomico, un sesso gonadico e un sesso fenotipico; tale processo di differenziazione può avvenire in modo atipico, andando a determinare una variabilità di condizioni caratterizzate da disordini, anomalie e sindromi che producono condizioni non sempre evidenti, quindi riconosciute e diagnosticate. Si stima che su 1.000 nati, in 17 presentino una qualche forma di intersessualità, una percentuale all’incirca corrispondente  a coloro che hanno i capelli rossi in Italia.

Non tutte le persone che posseggono anatomie sessuali atipiche sviluppano importanti influenze relative l’ identità sessuale, pertanto è consigliabile l’utilizzo del termine biologico intersessuato relativamente al corpo, ed il termine sociale intersessuale, per riferirci invece all’identità.

Gli interventi di natura medica  sulle persone intersessuate hanno subito importanti modifiche nel corso della storia, anche grazie all’avanzamento delle conoscenze scientifiche e psicosociali. Senza addentrarci troppo in un tema che richiederebbe un’approfondita trattazione, è fondamentale sottolineare come sia di vitale importanza abbandonare definitivamente la prospettiva correttiva sulle  anatomie sessuali non consuete attraverso irreversibili e precoci  interventi chirurgici e ormonali, soprattutto laddove non ve ne siano effettive necessità mediche correlate a condizioni patologiche, con l’unico scopo di ripristinare i corpi a quella che può essere considerata una “normalità” definita e costruita esclusivamente su basi sociali. Tali pratiche sono, come evidenzia Santoni “ un esempio evidente del bisogno della nostra società di attribuire alle persone un’identità sessuale più chiara e definita possibile e la difficoltà ad integrare esistenze diverse”.

Antecedentemente al 1955 il concetto di identità di genere non esisteva e l’unico elemento a determinare l’essere femmina o maschio era il sesso biologico, con la conseguenza che coloro i quali avevano una percezione di sé non corrispondente al proprio corpo sessuato  non avevano modo di esprimere la propria identità.

Dopo la comparsa del concetto di ruolo di genere (gender role)  coniata da John Money nel 1955, nel 1968 lo psicoanalista Stoller, in seguito ai suoi studi sul transessualismo, introduce nel lessico professionale il termine identità di genere; negli anni a venire egli affermerà che l’identità di genere è “un complesso sistema di credenze riguardante se stessi: il senso della propria mascolinità o femminilità. Questo sistema di credenze non ha implicazioni per quanto riguarda l’origine di tale senso, ad esempio se la persona è maschio o femmina per nascita, ma connotazioni esclusivamente psicologiche, corrispondendo quindi al proprio stato soggettivo”.

Oggi possiamo affermare che l’identità di genere fa riferimento a quella componente  psicologica relativa l’identità sessuale che stabilisce il senso di appartenenza, ovvero l’identificazione con il genere maschile o femminile (ma come vedremo anche il non riconoscimento in un unico genere predeterminato), indipendentemente dal sesso biologico. Semplificando potremmo affermare che il sesso biologico riguarda il corpo, mentre l’identità di genere la mente, configurandosi come una sorta di “sesso psicologico”. La formazione dell’identità di genere, che è un autocategorizzazione prerogativa della specie umana, è la risultante di un processo complesso, determinato da fattori psicologici, biologici, sociali e relazionali che interagiscono tra loro in una moltitudine di combinazioni tali da produrre esiti e percorsi personali estremamente individuali e diversi tra loro.

Nella maggior parte delle persone l’identità di genere è pienamente fedele al sesso attribuito alla nascita, altri individui non riescono invece a trovarvi una corrispondenza; si parla di  varianza di genere, o non conformità di genere, riferendosi  all’ “esperienza di coloro che non si sentono a loro agio nel genere assegnato socialmente alla nascita sulla base degli organi genitali oppure che non si conformano con le regole sociali che tale assegnazione suppone”. Tali discordanze possono essere sperimentate sia a partire dall’infanzia o dall’adolescenza che in età adulta e possono variare nel tempo, rifuggendo quindi da uno status  di permanenza.

L’identificazione di genere può manifestarsi in un ampio spettro di soluzioni che attraversano i confini del genere: ci riferiamo alle persone bigender, genderfluid, non binary, agender, pangender, genderqueer, che non trovano una propria collocazione nel rigido e dicotomico schema maschio/femmina. Il  termine ombrello transgender (da trans = “al di là”, “attraverso”) racchiude tutte quelle variabili rispetto alle persone cisgender (da cis = “di qua da”), comunemente definibili “donna biologica/uomo biologico”. La percezione della propria identità di genere è una componente fondamentale dell’identità globale, e le sue combinazioni così come i vissuti, affettivi, psicologici e relazionali sono diversi da persona a persona.

Ogni cultura possiede e restituisce delle immagini della femminilità e della maschilità, generalizzazioni e semplificazioni sul come sono le donne e gli uomini che vengono trasmesse e recepite dagli individui sottoforma di stereotipi, i quali svolgono una funzione esistenziale e necessaria di riduzione della complessità, seppur a discapito di quelle che sono le diversità e le peculiarità dei singoli individui. L’espressione di genere, detto anche ruolo di genere, può essere definita come l’insieme di caratteristiche culturalmente associate agli uomini e alle donne, un insieme di comportamenti ed aspetti tipicizzati per genere. Sono considerate proprietà identificative  della femminilità e della mascolinità le caratteristiche e le condizioni fisiche, i comportamenti verbali e non verbali, i manierismi e gli adornamenti, i tratti di personalità, l’igiene personale, le interazioni sociali, gli interessi e le abitudini.

Il ruolo di genere, che può non corrispondere all’identità di genere, ha subito grandi cambiamenti nelle diverse epoche storiche e varia considerevolmente  nelle diverse società; gli studi antropologici dimostrano che la costruzione dell’identità  è fortemente influenzata dalle classificazioni create dalle culture, tuttavia l’individuo ha un potere di modifica della realtà stessa. La cultura offre quindi dei «tasselli semantici» con i quali ognuno può costruire il puzzle della propria identità. Non si nasce quindi con un ruolo di genere, ma grazie alla socializzazione e al suo intrinseco sistema di rinforzi e sanzioni, apprendiamo cosa significa essere uomo o donna, quali sono i comportamenti ad essi associati e i codici e le convenzioni sociali ritenuti appropriati nella specifica cultura di appartenenza.

L’orientamento sessuale descrive la tendenza di una persona di essere emotivamente, affettivamente e sessualmente attratta da un’altra; tale interesse può essere avvertito nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi, si parla quindi di eterosessualità, omosessualità e bisessualità.  Oggi, grazie agli studi pionieristici svolti tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta dal sessuologo americano Alfred Kinsey,  sono stati  introdotti nuovi criteri di valutazione del comportamento sessuale e  possiamo affermare che l’orientamento sessuale non è rigidamente dicotomico ma si estende lungo un continuum  secondo un criterio di gradualità, come descritto attraverso la scala che porta il suo nome. Tale strumento mostra come, oltre alla polarizzazione tra esclusivamente eterosessuale ed esclusivamente omosessuale, si configurano sei sfumature.

La scala Kinsey rappresenta uno dei primi tentativi di evidenziare l’orientamento sessuale come una caratteristica fluida e che può mutare, anche nel medesimo individuo, a seconda degli eventi, delle circostanze ambientali, delle esperienze e dell’età; seppur si possano cogliere dei limiti nel cercare di descrivere un aspetto così complesso dell’identità sessuale occorre dar merito a questo scienziato che per primo ha riconosciuto l’omosessualità come una variante naturale della sessualità umana ed ha fortemente contribuito ad avere una visione meno rigidamente dicotomica della realtà affettiva e sessuale.

La scuola come palestra di democrazia

Ogni epoca è contraddistinta dalle sue società e le sue culture e la scuola, intesa come realtà intenzionalmente finalizzata a sviluppare, estendere e approfondire abilità, conoscenze, competenze, atteggiamenti e valori, ha assunto di volta in volta compiti e funzioni diverse. L’educazione può avere tante definizioni, ma come sottolinea Trisciuzzi essa principalmente:

“È il modo in cui veniamo preparati a comprendere la realtà, a interpretare gli stimoli e a controllarli attraverso le nostre stesse risposte e ad affrontare psicologicamente la realtà sociale e a modificarla. Ma la stessa comprensione della realtà è determinata dalla prospettiva in cui l’azione educativa si situa, ossia dal tipo di società e di cultura in cui l’individuo vive” .

Per società si può definire tutta quella serie complessa di legami tra esseri viventi, mentre la cultura è intesa come il modo in cui una società si esprime, considerandola l’insieme dei comportamenti, delle idee e dei valori e creati dagli uomini e in seguito storicamente selezionati, trasmessi e appresi da ogni successiva generazione. Il termine «cultura» non ha un valore sempre positivo: coloro che vivono in un ambiente degradato si impregnano, sovente senza cognizione di causa, di quella cultura che lo stesso ambiente produce, sentendosi legittimati nel produrre e riprodurre determinate azioni ragion per cui si può dire che la cultura forma e deforma.

Il genere e l’orientamento sessuale influenzano la nostra vita quotidiana, pur essendo spesso dimensioni trascurate nella loro importanza; intorno a queste componenti infatti si consolidano stereotipi e pregiudizi presenti in moltissime culture che vengono appresi fin dalla nascita e condizionano fortemente lo sviluppo di bambini e bambine, riproducendosi e perpetuandosi in una struttura sociale dove il modello di riferimento è il dominio del maschile sul femminile ed è richiesta piena aderenza a specifiche «gabbie di genere». Gli atteggiamenti culturali omotransnegativi, lo abbiamo detto, sono il primo fattore di rischio per la salute della giovane popolazione LGBT+, è pertanto intuibile come il fattore protettivo più importante per prevenire il malessere psicologico e la marginalizzazione che ne conseguono sia il sostegno sociale ed istituzionale. Le ricerche mostrano chiaramente come contesti educativi inclusivi, in famiglia, a scuola, nello sport, siano alla base del loro benessere e che gli studenti che frequentano scuole che adottano politiche antidiscriminatorie sperimentano disagi in misura minore; il senso di sicurezza e il vissuto di accettazione  degli studenti LGBT+ migliora inoltre laddove vengono presentate all’interno delle materie curricolari i temi relativi l’identità sessuale, con conseguenze positive anche sulla manifestazione di aggressioni che vanno a  diminuire.

Promuovere l’educazione al genere e alla sessualità fin dalla scuola dell’infanzia è un impegno che la scuola deve assumersi per poter compartecipare alla costruzione di una società migliore, con la consapevolezza di quanto il fattore culturale sia determinante nella creazione delle rappresentazioni delle realtà individuali e collettive. Educare i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze a queste tematiche è indispensabile per poter avere giovani adulti capaci di conoscere meglio se stessi, superare i pregiudizi, e comprendere le sfaccettature del mondo accettandolo senza timori. In tal senso la scuola si configura anche con opportunità di empowerment, di sviluppo di capacità nel fare scelte libere, di autodeterminarsi, prendere o riprendere in mano la propria vita e perseguire scopi ed obiettivi importanti per la propria esistenza e felicità.

È opportuno avviare una riflessione riguardo l’opportunità della scuola di entrare in un ambito educativo così delicato e eticamente sensibile come gli orientamenti sessuali e l’identità di genere, anche in seguito ai tentativi di ostacolare tale pratica con l’invenzione ad hoc della «teoria gender».

La scuola riveste un ruolo pubblico e civile al quale è affidata una parte della formazione etica che verte su valori aggiuntivi e talvolta diversi rispetto quelli presentati dalla famiglia; si tratta di valori laici e pluralistici, che creano confronto tra le varie possibili visioni del mondo, che devono essere conosciuti e assimilati per poter vivere nell’attuale epoca.

La conoscenza della complessità e della varietà della società non possono essere negate né soppresse per questioni ideologiche; la famiglia detiene un innegabile diritto di educare alla propria visione in ordine ai principi morali, tuttavia la scuola conserva l’obbligo di educare ad una cittadinanza consapevole,  al pluralismo etico, alla pratica del confronto e allo sviluppo dello spirito critico, fermo restando che la scuola non ha ideologia ma le confronta tutte, le studia e le discute e si occupa di trattare le questioni dell’attualità sotto l’aspetto scientifico, storico, politico e democratico.

È inoltre opportuno precisare che in questo suo ruolo la scuola è delegata dallo Stato e non dalle famiglie nel formare alla cittadinanza a “svolgere il suo ruolo di garante di tutto ciò che è pubblico, socialmente fondante e condiviso da tutti gli attori del comune patto sociale”.

La scuola per esercitare il suo ruolo di formatrice di soggetti-cittadini consapevoli e attivi, deve proiettarsi sull’informazione, l’accoglienza, le minoranze, i diritti rispettati, incontrando cioè i grandi temi della democrazia come modello pubblico di convivenza. Per educare alla cittadinanza la scuola deve lavorare tramite i saperi e tramite l’autoanalisi della vita comunitaria vissuta non solo in classe e nella scuola ma anche nella città, nella nazione ed oltre, con la consapevolezza che è l’agenzia che può farlo meglio delle altre: meglio poiché si configura come agenzia di critica riflessiva, di più poiché abbraccia le età della formazione, età in cui il cittadino stesso viene a costituirsi.

In molti, lo abbiamo visto, ritengono che l’educazione alla sessualità e all’affettività sia «cosa privata», da sviscerare in famiglia anche sulla base di quelli che sono gli orientamenti religiosi e morali; altri invece si chiedono dove finisca il diritto della famiglia di esercitare con modalità limitanti il proprio ruolo educativo ed inizi il diritto dei discendenti di ricevere adeguate informazioni relative a questioni fondamentali per un armonico sviluppo a 360 gradi.

In mancanza di una visione unitaria da parte di tutte le persone coinvolte nel processo educativo, sia essa formale che informale, la questione resta di difficile gestione.

L’unica strada percorribile sembra quella di avviarsi verso una progettazione condivisa, impegnando scuola e famiglia in un percorso di corresponsabilità educativa più consapevole su tali tematiche, tenendo sempre a mente che la scuola è il luogo con finalità dichiaratamente educative deputato alla formazione cioè a quel passaggio trasformativo da mere informazioni a processi di giovani cittadini e cittadine, ed insistere sul fatto che siano i genitori a decidere sul «se» e sul «come» affrontare  gli argomenti riferiti all’affettività, alla sessualità  e all’omofobia, contrasta fortemente con la libertà di insegnamento sancita dalla Costituzione italiana.

La scuola italiana, nella sua situazione di crisi e smarrimento, di perdita di identità e di innegabile difficoltà del corpo docenti, versa da qualche decennio in una condizione di disagio come istituzione; le difficoltà, legate a fattori strutturali ed  economici, ma anche culturali e psicologici, sono inoltre caricate dagli attacchi che la nostra società le perpetua, talvolta fin troppo gratuitamente.

Agli e alle insegnanti, che hanno una grande responsabilità sociale, si chiede di educare i e leq giovani ai valori dell’articolo 3 della nostra Costituzione, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, e per mezzo dell’approccio pedagogico si chiede di creare le condizioni affinché si riesca a supportare i travagli vissuti da bambini ed adolescenti in tutta la loro unicità e problematicità, riconoscendo alla formazione un ruolo fondamentale e inderogabile nella costruzione di una relazione educativa che tenga particolarmente conto delle componenti affettive ed emotive che in essa  risiedono e vengono generate.

Le polemiche che hanno accompagnato il primo tentativo di introdurre gli studi di genere nelle scuole italiane hanno favorito il diffondersi di ansie e paure, nonostante ci sia la piena consapevolezza che è proprio nelle scuole che si manifestano i primi atteggiamenti di discriminazione nei confronti del diverso, ed è proprio dalla scuola che occorre partire, affinché essa sia un luogo sicuro in cui potersi esprimere; la lotta all’omofobia e alla disparità di genere dovrebbero essere promosse quotidianamente da coloro che hanno il compito di educare al rispetto delle individualità di ognuno.

Queste sono evidenze scientifiche, poiché la pedagogia, la sociologia, la statistica, la biologia sono scienze e non ideologie.

Grazie per l’attenzione, resto a disposizione per ulteriori approfondimenti