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Migratori a marzo

Specie alate ritratte nelle zone umide elbane: c’è l’elegante Cavaliere d’Italia

La primavera è appena iniziata e probabilmente altre sorprese sono riservate ai fotografi e agli osservatori della natura.

Da Antonello Marchese e Giorgio Paesani

Mentre la specie “umana” tristemente conferma di essere tra le meno evolute del pianeta, per la sua incapacità di convivere in pace e armonia con i propri simili e di rispettare l’ambiente in cui vive, non resta che cercare di consolarci con i prodigi delle altre specie animali capaci di comportamenti e abitudini sorprendenti che possono aiutarci nel meravigliarsi e a rimanere umani.
Così con l’avvicinarsi della stagione primaverile il popolo dei migratori alati ha cominciato la sua millenaria attività di spostamento e il fotografo e appassionato di natura osserva una ventata di novità che interessa gli habitat frequentati.
Se poi si frequentano le zone umide isolane quali il territorio delle Antiche Saline, oggi bacino termale a San Giovanni, la zona delle Prade, allo Schiopparello, la piana campese, soprattutto nella zona della Foce, e la zona di Mola, antica zona palustre sul golfo del “porto lungo”, in latino Portus Longe, come riportato sulla Tabula Peutingeriana, poi appunto Porto Longone e infine Porto Azzurro, le nuove specie in arrivo sono ancora più evidenti e numerose. Il richiamo all’antichità non è casuale perché ci ricorda che già allora, ma prima ancora, l’orologio biologico di queste specie viaggiatrici le portava di questa stagione a compiere gli straordinari viaggi dai luoghi di svernamento a meridione verso i luoghi di nidificazione più al nord usando le isole come tappa di riposo e ristoro. Di acqua ne è passata sotto i ponti e di viaggi ne sono stati fatti sorvolando le teste di quegli “strani” bipedi non alati.
E così ecco che nuove presenze tutti i giorni saltano agli occhi all’osservatore, un piccolo binocolo aiuta e con una macchina fotografica col tele, cercando di non disturbare, si possono documentare le sorprese e meraviglie quotidiane.
Ed ecco che alle Antiche Saline il 10 marzo, nella zona più ricca di vegetazione e ombreggiata del bacino, ritraevo uno schivo Porciglione (Rallus aquaticus) aggiungendo una nuova specie a quelle già da me ritratte in quello specchio acqueo portando il loro numero a 25. Il giorno dopo ancora alle Saline erano due esemplari di Pivieressa (Puvialis squatarola ) a sostare in quella laguna insieme ad alcuni esemplari di Corriere Piccolo (Charadrius dubius), specie che avrei ripreso a più mandate nella stessa zona (il 22 e 23 marzo se ne contavano ben sei che trovavano nutrimento nel fondo fangoso della zona umida) e anche a Mola dove il 21 marzo ne ritraevo un gruppetto di quattro esemplari. Appunto a Mola, zona palustre che, dopo l’intervento del Parco Nazionale e le attenzioni dei volontari di Legambiente e di altri simpatizzanti coordinati dall’associazione del cigno verde, sembra riprendere una nuova vita, il 14 e il 21 marzo fotografavo un Piro Piro Culbianco (Tringa ochropus) e un Voltolino (Porzana porzana ) a ridosso nel nuovo bacino di acqua dolce appositamente realizzato. Ancora a Mola, il 14 marzo e poi alle Saline, due giorni dopo ritraevo uno dei più bei soggetti, per la sua eleganza, per un fotografo di natura, vale a dire il Cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus): qui vedo un improvvisamente una virata stretta di due ali bianche e nere e poco dopo ritraggo sulla battigia il leggiadro migratore dalle zampe rosate. Invece a San Giovanni sono due gli esemplari documentati mentre si riposano al centro della zona umida.
La primavera è appena iniziata e probabilmente altre sorprese sono riservate ai fotografi e agli osservatori della natura. Si ricorda agli amici fotografi di cercare di non disturbare le specie e cercare sempre di essere mimetici e il più possibile discreti affinché gli animali ma soprattutto i migratori possano trovare riposo e ristoro nel nostro ambiente e proseguire i loro lunghi viaggi.

Del Cavaliere d’Italia, della fragilità forte e di altri ossimori.

Dal mese di marzo in poi non è raro ammirare esemplari di Cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus) in sosta migratoria anche all’Elba. Come avviene ad altri migratori, grandi e piccoli, si fermano in posti idonei oppure dove capita, recuperando le forze e, possibilmente, alimentandosi.
È un limicolo che si nutre di insetti ed altri invertebrati, ogni tanto qualche pesciolino o qualche piccolo anfibio, che becchetta dalla superficie dell’acqua o nel fango spingendosi fin dove le sue lunghe zampe gli consentono di andare. Fin qui tutto normale, dunque.
Ma di fuori dall’ordinario, il Cavaliere d’Italia, in realtà ha tanto.
In un mondo di trampolieri grigi e mimetici, tutt’al più con un po’ di pancina bianca o qualche colorazione sulle ali (fatte rarissime eccezioni) lui fa ampio sfoggio di una colorazione assolutamente appariscente: bianca, nera e rossa. Sembra faccia di tutto per farsi vedere. Nelle vecchie guide ornitologiche veniva spesso definito “una cicogna in miniatura”. Si, ok, ma la cicogna è alta un metro e mezzo e ha un bel beccone rosso minaccioso (che sa anche usare benino). A lei, così grossa e così alta, serve a poco il mimetismo. Ma come fa il Cavaliere d’Italia, a permettersi tanto esibizionismo, lui che sembra che a guardalo troppo gli si spezzino le zampe? Questione di forza, di coraggio e di mobbing.
Il Cavaliere d’Italia costruisce il suo nido al suolo, in genere su un ciuffetto di vegetazione appena sopra il livello dell’acqua. Sceglie piccole zone emerse, minuscole isolette, in mezzo a paludi di acqua dolce o salmastra con ampie zone aperte e distese di fango. Ideali sono i salicornieti (come un tempo probabilmente c’erano a Saline). La femmina si accuccia sulle uova facendo sporgere le lunghissime zampe rosse. Perfettamente in vista. E non mancano i pericoli e i predatori. A parte le variazioni del livello dell’acqua (ad esempio dopo un temporale primaverile) che possono spazzar via in un colpo tutti i nidi, le uova e i nidiacei, la minaccia può arrivare da terra (volpi, faine, cani, gatti eccetera…) e dall’alto (Falco di palude, corvidi, nibbi, gabbiani…). A dirla tutta, quando vedi che una coppia di cavalieri si accinge a nidificare il pensiero che ti viene, regolarmente, in testa è “a questo giro non possono farcela!”. Invece…
Vi racconto una situazione che ho visto mille volte, cambia solo la specie a cui appartiene l’aggressore ma funziona sempre così. I cavalieri sono impegnati nelle normali attività di colonia. Le femmine con ancora le uova sono accucciate nei nidi, i pulcini già nati, che camminano quasi subito, sono sparpagliati intorno in cerca di cibo, pigolanti e vigilati dagli adulti. All’improvviso sopra i ciuffi del canneto si staglia la sagoma a “V “di un falco di palude in caccia. Vola basso sulla vegetazione, pronto a scattare in avanti come scorge una preda. E lì si scatena il finimondo! Tutti i cavalieri adulti partono in volo e si lanciano verso il pericoloso rapace. Urlano a squarciagola, agitano le zampe rosse, gli volano sopra, dietro, simulando veri e propri attacchi. Addio effetto sorpresa, povero falco, meglio levare le tende prima che al mobbing si uniscano le sterne comuni o altri uccelli coloniali! Se, per disgrazia, il rapace decide di sorvolare la colonia è troppo distratto dal baccano che lo circonda e dai Cavalieri che gli picchiano contro come impazziti. Gli adulti dei nidi periferici, quelli più a rischio quindi i più reattivi, seguono il falco anche per un pezzetto fuori dallo spazio aereo coloniale. E torna la quiete. Poi passa un gabbiano, o un gheppio, o… E le giornate trascorrono tra un allarme e una caciara mentre i pulcini da granchietti tutti zampe e testa si trasformano rapidamente in nuovi cavalieri grigi e slavati. Un pelino di mimetismo conviene…
Alla fine della stagione riproduttiva, queste meravigliose fragilità piene di forza e di coraggio migrano per svernare (quasi tutti) in Africa affrontando le burrasche di fine estate e, al ritorno, quelle di primavera. Ce ne vuole di forza e coraggio!
Penso ai cavalieri appena arrivati che trovano le loro zone umide prosciugate dalle anomalie del clima provocate dall’uomo. Dovranno dare fondo alla loro fragilità forte per sopravvivere all’incoscienza consapevole del genere umano ma, questa volta, il mobbing non sarà loro di alcun aiuto.

(Giorgio Paesani)

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