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Guerra e letteratura del Novecento - Tirreno Elba News
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Tragedia

Guerra e letteratura del Novecento

Da Jacopo Bononi-Presidente

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico/ma nazione vivente, ma nazione europea:/e cosa sei? Terra di infanti, affamati,corrotti, /governanti impiegati/di agrari, prefetti codini,/avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,/funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,/una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!/Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci/pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,/tra case coloniali scrostate/ormai come chiese./Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,/proprio perché fosti cosciente, sei incosciente./E solo perché sei cattolica, non puoi pensare che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male./Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo. Da P.P. Pasolini ‘La religione del mio tempo’ (1961). Vivere questi giorni di frastuono, dopo due anni di pandemia, apre il cuore e l’anima a riflessioni multiformi. Pensavo a mio padre, che mi ha lasciato da poco e riflettevo su come avrebbe vissuto una tragedia così immane come quella che stiamo affrontando, giorno per giorno, convinti come siamo che il peggio non potrà mai arrivare. Echeggiano in queste ore, sebbene sommesse, voci sempre più preoccupanti di una possibile ‘escalation’ che porterebbe alla Terza Guerra Mondiale. Il disagio che ora viviamo e che potrebbe essere prodromo di esiti infausti della vicenda ucraina fa il paio con le riflessioni che ci vengono da parte di due grandi del Novecento che, da posizioni culturali e letterarie opposte e separati da pochi decenni, furono i più diversi tra loro in relazione ai fatti e alle tensioni culturali che li caratterizzarono, ossia Pasolini e D’Annunzio. Il primo scrive a Franco Farolfi nell’estate del 1943: La guerra non mi è mai sembrata tanto schifosamente orribile come ora: ma non si è mai pensato cos’è una vita umana? Negli anni della Guerra Fredda le posizioni pasoliniane erano di mediazione tra i due blocchi e le sue visite sia oltre la Cortina di Ferro sia in tempi successivi negli USA gli fecero maturare un’idea simmetrica tra il suo marxismo militante e la sua estrema ‘simpatia’ per la cultura ‘liberal’ americana e infatti leggiamo, senza dimenticare come egli si espresse in questo senso anche in una famosa intervista all’amica Oriana Fallaci, (Da: Francesco Chianese, Pasolini tra URSS e USA) (…) Io sono un marxista indipendente, non ho mai chiesto l’iscrizione al partito, e dell’America sono innamorato fin da ragazzo. Perché non lo so bene. La letteratura americana, tanto per fare un esempio, non mi è mai piaciuta. Non mi piace Hemingway, né Steinbeck, pochissimo Faulkner: da Melville salto ad Allen Ginsberg. L’establishment americano non ha mai potuto conciliarsi, ovvio, con il mio credo marxista. (…) Quindi un Pasolini che da marxista convinto, ma non allineato vive in posizione mediana lo scontro culturale e politico tra Est e Ovest. Non ci è dato sapere quale sarebbe stato il suo giudizio sui fatti di queste settimane, ma di certo le sue valutazioni avrebbero tenuto conto delle implicazioni che questi avrebbero potuto generare sul destino dell’Umanità. Leggere le vicende belliche che ci stanno minacciando in questi giorni non può escludere l’altro Grande del Novecento: Gabriele D’Annunzio. Di lui Pasolini ebbe a dire: (…) Rispetto a loro D’Annunzio, anche come letterato, mi sembra un dilettante. Come poeta, invece, egli è debole e frammentario ma pure esiste: la sua euforia, la sua follia euforica, la sua furia salottiera e madrigalesca sono una garanzia di qualche traccia d’ispirazione poetica (L’Espresso, 1963). Quindi non fu amore quello che legò il poeta friulano al poeta-soldato, interventista, decadente e compromesso con il fascismo: e come avrebbe potuto? Tuttavia sono state rilevate analogie tra Opere come il pasoliniano ‘Medea’ e l’opera dannunziana ‘La Nave’ così come rilevato in ‘L’Italianistica oggi: ricerca e didattica’, Atti del XIX Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Roma, 9-12 settembre 2015). Due Autori apparentemente lontanissimi, ma vicinissimi per l’ardire e l’ardore mostrati nella loro vita pubblica e lontanissimi, ma vicinissimi per opposte passioni in quella privata: scandalosa per entrambi, seppure nelle inevitabili diversità. Il Vate è stato oggetto di una ‘rivisitazione’ recente da parte del bravo regista e sceneggiatore Gianluca Jodice nel suo ‘Il cattivo poeta’, ancora nelle sale in questi giorni. Leggiamo difatti a proposito di queste simmetrie: Il dono che fa il cinema è far capire che D’Annunzio è un genio: se c’è una figura assimilabile è Pasolini, entrambi sono stati poeti-soldato, i primi a uscire dalla trincea e prendere il colpo in fronte. E con loro Curzio Malaparte, fascista della prima ora e poi critico: queste tre figure permettono di rileggere l’intelletto italiano in un altro modo. Il potere ha sempre avuto bisogno degli artisti, dal mecenatismo del Rinascimento: un artista dovrebbe essere contro chi comanda, ma talvolta, alcuni, si sono lasciati accarezzare: così Sergio Castellitto, nel film D’annunzio, all’uscita del lungometraggio di Jodice che ora è in buona posizione per i ‘David di Donatello 2022’. Insomma la guerra e le sue atrocità hanno attraversato tutto il Novecento e non ci ha mai lasciato neppure nei tempi intermedi, tra l’ultima guerra mondiale ed oggi, sebbene circoscritta in eventi più limitati nello spazio geografico e nel tempo. Ora siamo di fronte all’indescrivibile e alla possibile esplosione di un Evento Mondiale. Lo stesso

D’Annunzio, che pur tentò di dissuadere Mussolini dall’aderire al patto con Hitler e che ne determinò la fine, veniva da una vita trascorsa in divisa, da Il vate armato di Giammarco Menga pubblicato su Focus Storia 156 nell’ottobre del 2019): (…) D’Annunzio era lo scrittore più alla moda di tutta Europa. Non che chiunque lo ammirasse. Oggi come allora, o lo si amava o lo si detestava, senza mezze misure. Perché lui, per primo, non era uomo da “grigio”. Eccelleva, ed eccedeva, in tutto: come artista (scrittore e poeta prolifico), come amante (donnaiolo incallito ed erotomane), come collezionista (accumulò tesori e trentamila libri rari), come esteta-viveur (visse fino all’ultimo al di sopra dei propri mezzi, accumulando debiti su debiti). Con mille talenti e un grande ego, è impensabile immaginarlo ai margini della vita politica e militare dell’epoca. E infatti, anche su questo fronte, si impose da protagonista. (…) Con la sua visione del mondo e con la sua considerazione dell’evento bellico come estrema manifestazione della volontà umana, il Comandante dell’impresa di Fiume e di molte altre in pochi decenni, scrisse: Nell’età delle pantofole e della poltrona, io scelsi il seggiolino e la cinghia. E dove vi fu d’osare l’inosabile, io fui. Guardai fisso la morte con un occhio come l’avevo guardata con due. Fui il primo a Pola, il primo a Cattaro, il primo a Vienna. Ero al Veliki, al Faiti, al Timavo. Servii sul mare e sotto al mare. Nella notte di Buccari giurai a me stesso che avrei salvato Fiume. E nella notte di Ronchi tenni il giuramento. Di qui partirò per sciogliere un più arduo voto. (…)  Il nostro conflitto interiore più grande sta difatti nel mezzo, tra parole di sdegno ed altre di reazione alla violenza dell’invasore russo verso una nazione sovrana, lasciata sola a combattere in queste ore, come una moderna Davide contro il gigantesco Golia. L’istinto alla razionale conservazione prevale, come è naturale, di fronte alla epocale devastazione nucleare che potrebbe attenderci. Ognuno di noi e con noi un intero sistema sociale e politico tende alla auto-preservazione di fronte all’indicibile. L’incerto ci attende. E riguardo ai poveri Ucraini, caduti in queste ore nel tentativo d’opposizione all’inevitabile, ci sovviene ancora il Vate in ‘La preghiera di Doberdò’: (…) 14. Bocconi giacciono a covare il dolore, o supini a fisarlo, o sul fianco e sul gomito, o rattratti, o col braccio dietro il capo, o col capo tra i ginocchi, o con un sorriso d’infante nella bocca assetata, o con nelle occhiaie torbide la vertigine della battaglia. 15. Non si lagnano, non chiamano, non dimandano, non fanno parola. Taciturni, aspettano che di strame in strame li trasmuti la Patria, con le tabelle quadre legate al collo da un filo, ov’è scritta la piaga e la sorte. 16. Stanno tra paglia e macerie, sotto travi stroncate, lungo un muro fenduto, nella chiesa senza preghiere. E guatano per lo squarcio del tetto se non si curvi sul loro patire l’angelo col dìttamo bianco o col papavero nero la morte. (…) La Pace sia, prima di tutto, con loro.