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L’occhiocotto, il timido principe della macchia elbana

Il volatile nell'appassionato racconto dell'esperto Giorgio Paesani

L’occhiocotto, il timido principe della macchia elbana

Se fosse organizzato un sondaggio e fosse chiesto qual è il volatile più rappresentativo delle isole toscane, il novanta per cento degli intervistati direbbe il gabbiano, la restante percentuale si dividerebbe tra berte, marangone dal ciuffo e qualche birdwatcher appassionato arriverebbero ad azzardare una Sterpazzolina di Moltoni. A quanti verrebbe in mente un piccolo abitante della macchia più bassa e folta? E questo nonostante l’occhiocotto (Silvia melanocephala) sia diffuso e abbondante in ognuna delle nostre isole, dalle montagne fino ai ginepri delle scogliere, dai giardini delle case alle colorate formazioni di euforbia delle perle dell’Arcipelago Toscano. Del resto a lui interessa solo comunicare con i propri simili e per farlo gli basta il suo potente e gracchiato richiamo (guarda e ascolta il video allegato), casomai accompagnato dal breve flash bianco delle penne più esterne della coda quando vola rapido e ondulante tra un lentisco e l’altro. Non è certo in cerca di notorietà! Nelle situazioni più povere di vegetazione e aride a volte è l’unico passeriforme piuttosto facile da trovare, anche se gli incontri con lui sono sempre molto fugaci! Il maschio è un uccellino grigio e tondeggiante, con la coda piuttosto lunga, nera con le timoniere esterne bianche, la testa è la sola concessione alla visibilità: vertice e guancia neri e gola candida con mezzo l’occhio vivace bordato da un anello perioculare rosso, da cui il nome fantasioso. Nonostante una superficiale somiglianza, non ha nulla a che fare con la capinera (Silvia atricapilla), ben più canora e visibile, legata ad ambienti con vegetazione sviluppata e con una qualche presenza di acqua. Anzi, conoscendone il carattere l’occhiocotto, si offenderebbe a essere chiamato capinera! Solo in primavera inoltrata il piccolo principe abbandona brevemente le sue abitudini schive per lanciarsi in canti sfrenati , dalla cima di un cespuglio o in volo, durante i quali si capisce bene la funzione della coda nera e bianca e della gola candida che brillano al sole di maggio! Una mini bandiera canora che annuncia al mondo, o almeno al mondo degli occhiocotti, “io sono qui!”. La femmina invece è quasi invisibile, marroncina, con la testa grigia e la gola color bianco sporco. A lei la visibilità non serve, anzi. Passata la stagione riproduttiva, gli occhiocotti isolani affrontano il breve inverno (ultimamente sempre più mite) nascosti nella vegetazione. Il pericolo per loro arriva dall’alto e dal basso. Dall’alto può piombare un’albanella reale, con i suoi tarsi lunghissimi che arrivano nel folto dei rami, o dallo sparviere che si nasconde nell’ombra o sbuca all’improvviso da un cespuglio. Dal basso ad attaccare sono le martore, o i biacchi, ma soprattutto sono i gatti randagi a fare stragi di piccoli passeriformi. Il freddo intenso e prolungato può far scomparire le prede e in questi casi gli occhiocotti dimenticano di essere tanto scontrosi e si avvicinano volentieri alle case, frequentando anche le mangiatoie.
Una volta stavo percorrendo il sentiero del Monte Strega, vicino Rio nell’Elba, in una mattina sciroccosa di luglio, quando vidi una scena incredibile: un piccolo uccellino si agitava come impazzito sul ciuffo più alto di un’erica, sbattendo le ali come se facesse il bagno! E, in effetti, quello faceva un bagno di rugiada. Poi saltò su un altro rametto, becchettò le goccioline sulle foglie e si accorse di me. Era un occhiocotto e ci mise un “nanosecondo” a sparire. Ecco cosa rende tanto speciale questo piccolo passeriforme da fargli guadagnare il titolo di “principe” della macchia mediterranea: la capacità di resistenza. Soprattutto alla scarsità di acqua superficiale. Vi siete mai chiesti come possano bere gli uccelli che vivono nella gariga a cisto dei nostri monti o nella macchia bassa di erica e lentisco nel pieno dell’estate? Di sicuro non ci sono pozze o ruscelli e abbandonare il territorio per cercare un po’ d’acqua è improponibile, oltre che pericoloso. Allora ci si adatta, disperdendo meno acqua possibile e sfruttando qualsiasi occasione come la rugiada che si forma sulle foglie, risorsa effimera ma vitale. Gli basta quel che c’è, al principe della macchia, che non compie grandi spostamenti nella sua vita (pensate che un soggetto che inanellai a Nisportino, dopo un anno fu ricatturato a Nisporto, la vallata accanto!), si adatta, resta sulla sua isola e, se occorre, resiste nel suo regno profumato di rosmarino, cisto ed elicriso, pronto a lanciare il suo canto da guerriero, non appena il sole torna a scaldare le penne!
 

Giorgio Paesani