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Referendum e agenda politica nazionale

di Luca Bussotti*

Referendum e agenda politica nazionale

Vi sono molti motivi validi per dire NO al referendum, pur comprendendo senza condividerle le ragioni del SÌ, inneggiando al cambiamento. Tuttavia, al di là del merito delle questioni – che resta il punto centrale su cui assumere una valutazione consapevole – esistono presupposti di fondo che sono ancora più importanti rispetto ai contenuti.
Astraiamoci per un istante e cerchiamo di vedere che cos’è l’Italia in questo momento. Mi riferisco, soprattutto, alla “questione sociale”, che va a braccetto con la nuova “questione meridionale”. Il 17 ottobre la Caritas ha pubblicato il consueto Rapporto annuale su povertà ed esclusione sociale, intitolato Vasi comunicanti. Il Rapporto ci informa che circa 4,6 milioni di connazionali vivono sotto la soglia di povertà, il numero massimo dal 2005. Sono poveri “assoluti”, ossia di chi non riesce ad accedere ai prodotti del paniere basico. Nel 2007 i poveri erano meno della metà rispetto a oggi. Giovani, meridionali, donne e, in parte, working poor sono i nuovi profili della povertà italiana, tanto che il flusso verso l’estero dei giovani con formazione superiore è in netta ripresa. Il coefficiente di Gini, che misura il livello di diseguaglianza sociale, è quasi pari a quello inglese, che è il paese più diseguale d’Europa. La mobilità sociale è quasi scomparsa.
Coerentemente, dal 2007 al 2016, la produzione industriale è scesa del 22% (dati ISTAT). Un dato che non ha eguali rispetto agli altri paesi europei avanzati. Gli investimenti, nello stesso periodo, sono diminuiti del 5% (Francia -1,2%, Germania stabile).
Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere questi problemi strutturali. Varrebbe però la pena cercare di affrontarli seriamente, attaccando i nodi economici e sociali fondamentali, in primo luogo relativi a un paese che non produce quasi più e, soprattutto, che crea sempre maggiori povertà e diseguaglianze.
L’attuale Governo non soltanto ha sviluppato politiche contrarie al contenimento delle diseguaglianze, ma, incapace di pensare alle strategie strutturali per incidere realmente su tali disparità, ha creato ad arte una agenda relativa a un tema che non esiste o è molto marginale, da addetti ai lavori: quello delle riforme costituzionali. In scienza della comunicazione questa tecnica si chiama “agenda-setting”: Renzi è stato abilissimo nel dettare l’agenda politica nazionale, sottraendosi al confronto sulle questioni reali che interessano agli italiani, ma che sono di difficile soluzione. Lo aveva fatto abilmente Berlusconi per vent’anni, inchiodando il paese dinanzi alle sue vicende giudiziarie. Renzi lo ripropone con una veste più nobile, ammantata di costituzionalismo, ma la sostanza non cambia. I problemi veri sono costantemente rimandati, elusi, il paese spaccato fra due tifoserie opposte, mentre la casa brucia. Tuttavia, questa “distrazione intenzionale dell’agenda” è assai pericolosa, per lui: dalla possibile vittoria del NO potrà scaturire la fine di Renzi e del renzismo, un rischio, forse, non esattamente calcolato, a causa sia della sua megalomania, che dell’esercito di yesmen di cui ha deciso di circondarsi e che mai oserebbero contraddirlo.
Questa, a mia opinione, è la ragione fondamentale per dire NO al referendum, facendo tornare la politica a occuparsi di questioni purtroppo assai più serie rispetto a modifiche costituzionali di cui in pochi sentivano un reale bisogno.

*Responsabile Post-Graduate Università Tecnica del Mozambico e Ricercatore presso il Centro di Studi Internazionali dell’ISCTE – Lisbona