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Dottor Coscarella, riflettiamo meglio sulla settimana corta

Lettera firmata

Dottor Coscarella, riflettiamo meglio sulla settimana corta

Pubblichiamo su richiesta di un genitore che ci ha chiesto di non far apparire il suo nome, per motivi ben spiegati all’interno del suo scritto, una lettera “aperta” al dottor Claudio Coscarella, che era intervenuto giorni fa sulla questione “settimana corta”.

Ecco il testo.

Gentile Dott.re Coscarella,
ho riflettuto alcune settimane sull’opportunità o meno di risponderle in merito alle sue dichiarazioni scritte apparse nelle due lettere che palesano la sua opinione riguardo la sperimentazione della settimana corta alla scuola media di Portoferraio; inizialmente ho desistito poiché ritenevo fuori luogo dare adito a una sorta di pubblico botta e risposta, così attualmente di moda e così a mio avviso altrettanto poco produttivo per la messa in atto di un serio dibattito su qualsivoglia tematica. Con il passare dei giorni ho però avuto modo di riflettere sulle sue affermazioni ed ho deciso di scriverle per dare una visione da un’altra prospettiva di quelle che sono le sue argomentazioni. Ho volutamente evitato di rileggere le sue lettere perché voglio introdurre la mia riflessione partendo da quello che mi ha maggiormente colpito e che attualmente ricordo, tralasciando tutta la disamina sull’opportunità o meno di aderire concettualmente o subire democraticamente la settimana corta, ovvero la sua ammissione dell’inadeguatezza della nostra agenzia formativa ed educativa statale, leggesi scuola pubblica, a far fronte alle esigenze degli alunni che presentano difficoltà scolastiche, citando anche i ragazzi iperattivi.
Partendo dal principio, sono madre di un ragazzo certificato con disturbo da deficit di attenzione e iperattività da svariati anni, ragione per la quale mi permetto di fare un breve racconto di quella che è stata la nostra esperienza di vita, anche scolastica, fino ad oggi, un’esistenza caratterizzata a tratti e in maniera abbastanza indelebile da confusione, paura, rabbia, senso di impotenza e dolore, e vorrei che chi legge si soffermasse almeno per un attimo su ognuna di queste parole, singolarmente.
La confusione è stata la prima sensazione provata durante un incontro svolto con le insegnanti in prima elementare, durante il quale dopo aver silenziosamente ascoltato la descrizione di tutte le cose fuori luogo compiute quotidianamente dal bambino a scuola, ci siamo sentiti dire come genitori “non sappiamo cosa fare, diteci come lo possiamo aiutare”.
Mio figlio ha iniziato la scuola elementare con una buona presentazione da parte delle insegnanti dell’asilo, sapeva già leggere, scrivere ed aveva imparato, non so bene come e da chi, la tabellina del 9 a 4 anni; tuttavia presentava delle difficoltà e particolarità nella relazione con l’altro in particolar modo con i coetanei, alternando momenti in cui preferiva stare da solo ad altri in cui richiedeva la presenza e l’approvazione costante dell’adulto di riferimento.
Anche noi non sapevamo cosa fare e non avevamo idea del perché un bambino apparentemente normale avesse degli atteggiamenti così particolari.
La userò più volte la parola “normale” perché come madre di una persona affetta da un disturbo neurobiologico ad eziologia bio-psico-sociale ho dovuto imparare ad accettare anche le parole più scomode: negare l’esistenza della normalità equivarrebbe a negare la diversità, la disabilità, la presenza di un mondo che ha bisogno di essere ancora studiato, esplorato e compreso in tutte le sue poliedriche sfaccettature.
La paura è comparsa nella nostra vita in un giorno di marzo, quando il neuropsichiatra dell’Irccs “Stella Maris” ci disse molto chiaramente che nostro figlio era un “ADHD puro”, e ciò significava che erano presenti in lui tutte e tre le caratteristiche tipiche del disturbo, ovvero disattenzione, iperattività e impulsività senza comorbilità con altri disturbi spesso associati ad esso.
Solo anni più tardi e confrontandomi con tanti genitori di bambini ADHD ho capito che quel “puro” e un quoziente intellettivo nella media erano una benedizione rispetto a quello a cui saremmo potuti andare incontro.
Da questo momento in poi posso parlare solo al singolare poiché non ho la percezione dei sentimenti provati dal padre di mio figlio, posso solo affermare che, come spesso accade, mi sono ritrovata sostanzialmente sola ad affrontare una cosa più grande di me e più grande di un nuovo “noi”, io e mio figlio.
La rabbia è stato il sentimento che mi ha inizialmente impedito di mettere in atto un processo costruttivo con gli insegnanti, completamente ignari di cosa fosse il disturbo di mio figlio sotto tutti gli aspetti: clinici, didattici, educativi, psicologici. Alla rabbia ha fatto subito seguito l’enorme e indescrivibile senso di impotenza di chi sente il proprio bambino di soli 8 anni supplicare “mamma ti prego aiutami a spengere questa cosa che ho dentro”. Abbiamo provato con l’aiuto della scienza e della farmacologia a fermare il suo “motore”, ottenendo solo un blando rallentamento dell’iperattività, un risultato che ci sembrava troppo piccolo a fronte della somministrazione quotidiana di uno psicostimolante che agisce sul sistema nervoso centrale in maniera chimicamente ancora poco chiara, controversa e dibattuta.
Il senso di impotenza mi ha pervaso quando al suo nono compleanno non si è presentato nessun compagno di classe. Il senso di impotenza mi ha afflitto ogni qualvolta i suoi insegnanti mi telefonavano alle 10 del mattino per dirmi che mio figlio era ingestibile, che dovevo andare a prenderlo, che non voleva mangiare quello che proponeva la mensa e si lamentava.
“Mi ha chiesto un pezzo di pane con l’olio ma non glielo posso dare. Capisci che se lo do a lui poi lo vuole tutta la classe”; ad oggi posso affermare senza dubbio alcuno che se quell’insegnante può ancora permettersi di sorridere con la dentatura che la natura le ha dato in dotazione è esclusivamente perché mi trovavo a 200 km di distanza, e questo non perché io sia una persona violenta ma perché so che l’esasperazione può portare a compiere gesti inconsueti ed inaccettabili e a pronunciare parole impensabili.
Il dolore è il sentimento che mi ha accompagnato in tutto questo percorso di vita in maniera subdola, costante, senza esacerbazioni, come un sottofondo sonoro. È il sentimento che celi agli altri per paura di essere giudicata incapace di sostenere un peso così grande, che nascondi a tuo figlio per paura che se ne senta responsabile, che cerchi di mascherare con un finto ottimismo condito da sporadici e forzati momenti di spensieratezza e normalità, consapevole che la nostra non sarà mai una vita spensierata e normale e che quando diventerà uomo, faticherà il triplo degli altri per mantenere un lavoro, avere delle amicizie e delle relazioni sentimentali stabili e gratificanti.
Quando si parla di ADHD vorrei che venisse capito soprattutto questo: i ragazzi con ADHD convivono ogni giorno con una diversità che percepiscono lucidamente, con una realtà sociale che fatica ad accettarli ed una realtà scolastica che non riesce ancora appieno a mettere in atto tutta quella serie di strategie necessarie per il loro successo formativo ma soprattutto per lo sviluppo della persona e del suo pieno potenziale umano.
Tornando alla sua lettera Dottore, lei mi chiede di accettare passivamente lo stato delle cose, come se si trattasse della normalità avere un servizio educativo che non risponde alle esigenze di mio figlio e di molti altri suoi coetanei, mi chiede di far uscire anticipatamente mio figlio con la piena consapevolezza che quello che perderà in termini di didattica sarà perso per sempre, mi chiede di aggiungere ulteriori tasselli di diversità e differenziazione in un’esistenza già costellata di fallimenti e frustrazione.
Onestamente, mi aspettavo dal suo intervento un qualcosa che aggiungesse valore ad una scuola che si trova in evidenti difficoltà a far fronte alle tante problematiche presenti, speravo che potesse con parole e proposte concrete fornire strumenti che vadano aldilà della mera accettazione di un sistema che mostra tutta la sua fragilità e disfunzionalità nella gestione dei bambini e ragazzi più bisognosi di cure ed attenzione.
Ad oggi posso dirle che è solo grazie all’intelligenza di alcuni singoli insegnanti se mio figlio ha lentamente trovato una dimensione sociale gratificante e possiede un profilo formativo soddisfacente, lontanissimo dal suo potenziale ma adeguato per una sopravvivenza scolastica senza lode e senza infamia. Credo che come Responsabile dell’Unità funzionale di salute mentale Infanzia ed adolescenza, dovrebbe prendere in seria considerazione un maggiore impegno in termini di risorse e collaborazione con la scuola elbana di ordine e grado, con i suoi insegnanti e con i suoi Dirigenti, mettendo a disposizione le sue competenze e i suoi operatori, per fornire aiuti concreti agli insegnanti, che mancano forse alcuni di buona volontà, ma sicuramente tutti di occasioni di formazione gratuita, scambio e confronto con figure esperte nella gestione delle tante variabili che caratterizzano la popolazione scolastica contemporanea.
Mi auguro che questo intervento venga da lei letto ed interpretato come uno stimolo per continuare ad impegnarsi in un lavoro che ci vede coinvolti come genitori, insegnanti e professionisti sanitari in un processo di continuo miglioramento, anziché di rassegnazione.
Ho chiesto che non appaia pubblicamente il mio nome  esclusivamente nell’interesse del minore, e sono certa che converrà con me che questa sia la scelta migliore per tutti. Un caro saluto.