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Ageno galantuomo e vittima, la sua morte è un monito

di Francesco Bosi (ex sindaco di Rio Marina)

Ageno galantuomo e vittima, la sua morte è un monito

Ha fatto molto bene Marcello Camici, che ringrazio, a ricordarci Giovanni Ageno, uomo buono e onesto, a dieci anni dalla sua morte tragica, frutto di una politica dell’odio. La vicenda che lo ha travolto, insieme ad altre incolpevoli vittime, non può essere accantonata come nulla fosse, perché ancor oggi costituisce una ferita aperta e un esempio emblematico di ciò che la politica non deve essere. Quando si parla di “lotta politica” ci dovremmo riferire a un confronto, anche duro, di opinioni e di progetti, ma mai al prevalere dell’odio sulla ragione, che porti, come primo obiettivo, a distruggere l’avversario.

Da sindaco di Rio Marina ho conosciuto bene Giovanni Ageno, collega di Portoferraio, apprezzandone la signorilità e il rigore morale, diventandone amico ed estimatore. Non scorderò mai quel giorno in cui, su sua richiesta, ci incontrammo a Portoferraio. “Ho bisogno di parlarti – mi disse – perché devo decidere se ricandidarmi”. Passeggiammo a lungo nella zona del porto in attesa del traghetto che doveva riportarmi in Continente. Erano mesi che si susseguivano le perquisizioni in Comune e il gran clamore che a queste si accompagnava sarebbe poi esploso drammaticamente. Ageno era turbato da ciò che si stava muovendo contro di lui e mi confidò le ragioni del suo dolore per le cattiverie degli avversari, ma non solo loro (come le cronache ci narrano). Nel raccontarmi tutto questo ebbe un attimo di sconforto e si commosse. Capii che cercava comprensione e incoraggiamento ad andare avanti, così gli manifestai tutta la mia solidarietà e il sostegno che meritava. I fatti, purtroppo, sono poi andati nel modo che conosciamo.

Quel clima torbido che stava dilagando – ben descritto nel libro di Giovanni Muti – si scaricava anche su di me, ammorbando l’Elba dipinta come un concentrato di malaffare. Di ciò ho dato ampia testimonianza nel libro intervista “Una certa idea dell’Elba”, scritto con Alberto Giannoni. Sarebbe davvero una grande cosa se adesso si ricordasse il compianto sindaco Ageno con una lapide a suo nome, mettendo un pietra tombale su quell’odio fazioso che tanto male ha arrecato all’Elba. Vorrei che questa vicenda drammatica costituisse un monito a non sbagliare più e a vivere la politica come puro servizio alla comunità e non come scontro permanente fine a se stesso. Se così fosse, il pur doloroso sacrificio di Ageno non sarebbe stato vano.