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Truffa, condannato l’ex segretario leghista dell’Elba

Sentenza di primo grado: 8 mesi di reclusione per Carlo Bensa. Tra le parti offese del procedimento un albergatore, i soci di una srl e l'ex presidente dell'Autorità portuale. Visti i precedenti la condizionale non è stata concessa

Truffa, condannato l'ex segretario leghista dell'Elba

Truffa, appropriazione indebita, falso in scrittura privata. Con queste accuse Carlo Bensa, ex segretario della Lega Nord elbana, è stato condannato, in primo grado, a 8 mesi di reclusione, 800 euro di multa e al pagamento delle spese processuali. Un albergatore di Marina di Campo si era costituito parte civile, i rappresentanti di una Srl di Portoferraio e Luciano Guerrieri, all’epoca presidente dell’Autorità Portuale di Piombino e dell’Elba, erano anch’essi coinvolti come parti offese nel procedimento. I fatti contestati a Bensa – che chiedeva invece di essere risarcito dalle parti in causa – sono riferibili al periodo 2006- 2008. Il 65enne, secondo la prima accusa, quella riferita all’albergatore campese, avrebbe millantato conoscenze altolocate e frequentazioni con importanti avvocati che avrebbero indotto l’imprenditore a chiedergli aiuto per risolvere alcuni problemi di tipo giudiziario civile. Un aiuto per il quale Bensa avrebbe percepito dall’albergatore, a titolo di rimborsi spese e anticipi, oltre 18.870 euro. Da qui la prima accusa per truffa a cui segue un’analoga imputazione scaturita dal rapporto da consulente che Bensa aveva instaurato con una società, per la quale, millantando – sempre secondo l’accusa – conoscenze in ambito imprenditoriale e politico, svolgeva attività di promotore per un tipo di barriere a scomparsa che sarebbero servite contro le intrusioni. In questo caso Bensa avrebbe fornito alla società false lettere di risposte da vari enti e associazioni ai quali veniva proposto l’acquisto dei prodotti dell’azienda. Enti e associazioni in realtà non erano interessati a comprare alcunché. Intanto la società aveva in più occasioni consegnato denaro al consulente per le sue prestazioni e a titolo di rimborso, per ipotetici viaggi di lavoro. La società si sarebbe esposta finanziariamente con le banche, grazie anche alle fidejussioni di soci che poi hanno dovuto rispondere personalmente anche attraverso la vendita di immobili di proprietà, per tacitare le richieste degli istituti di credito. I prestiti servivano a portare avanti l’attività e sarebbero stati restituiti attraverso finanziamenti promessi dallo stesso Bensa che poi nulla fece ottenere, nonostante avesse percepito compensi per attività solo “asseritamente” svolte. Tra i capi d’imputazione infine, anche l’appropriazione indebita di un computer, di una stampante e di un condizionatore di cui aveva il possesso e che non restituì. Nelle motivazioni infine, si legge che visti i precedenti penali di Bensa, “non è concedibile al medesimo il beneficio della sospensione condizionale della pena”.