LA REDAZIONE
Scrivici
PUBBLICITÀ
Richiedi contatto

Quel bimbo che diceva sempre: “Da grande? Farò il pompiere”

La scomparsa di Marcello Rossi ha commosso l'isola. A pochi giorni dal funerale, il ricordo di Maurizio Poli

Quel bimbo che diceva sempre: "Da grande? Farò il pompiere"

Ciao, Marcello

sono passati alcuni giorni dalla tua scomparsa. E’ troppo presto per sperare che il dolore diventi sordo. Per adesso è tremendamente grande in noi che abbiamo avuto la fortuna di averti e, inevitabilmente, amarti. In questi giorni sono rimasto in silenzio, condividendo la sofferenza con i tuoi genitori, distrutti da un dolore che, sono certo, non ha uguali. Oggi sento il desiderio di scriverti, di parlarti, per illudermi di stare ancora qualche momento insieme a te. A casa mia, sulla libreria del mio studio, c’è una vecchia foto, in bianco e nero. Ha fermato un momento del luglio 1961 nella vecchia chiesetta, oggi sconsacrata, di Carpani. Ci sono il parroco, Don Pietro, Giannina ed io, all’epoca appena diciassettenne, che tengo in braccio un batuffolo. Quel bimbo nato da pochi giorni sei tu, Marcellino. I miei zii, tuoi genitori, mi avevano affidato la responsabilità di farti da padrino e io, pur adolescente, avevo accettato con orgoglio. Quel momento lontano lo ricordo con incredibile chiarezza, così come mi sembra ieri quando accompagnai i tuoi genitori al tuo giuramento nei Vigili del Fuoco, a Roma. Era il 1982 ed eri talmente felice, radioso per aver raggiunto quello che avevi sempre desiderato. Da bimbo, quando ti chiedevano il banale “cosa farai da grande” rispondevi sempre e soltanto “il pompiere” . Quel camion rosso dei pompieri, con le luci, la scala che si allungava, te lo rigiravi per ore fra le mani, inventando storie di eroi, e quando passava quello vero, annunciato dalla sirena, correvi in strada a guardarlo, affascinato, ed il tuo sguardo lo seguiva finché non spariva. Era il tuo destino. Eri già pompiere prima di imparare a leggere e a scrivere. Non ti avevo mai visto felice quanto quel giorno, a Roma, e io, Rolando e Rosanna, erav amo felici perché lo eri tu. E quando sposasti Simona? Mi chiedesti di accompagnarla in chiesa con la mia 164 nuova di zecca. Io, tuo cugino e padrino, che portavo in chiesa la sposa! Un altro onore per me, grazie a te. L’ultima volta che ti ho sentito erano i primi di questo agosto. Tu eri a Careggi e io a Cisanello, dove avevo subìto un intervento pochi giorni prima. Al telefono abbiamo parlato a lungo, ci siamo detti cose importanti e toccanti, finendo col darci appuntamento a Portoferraio, cioè con la speranza di rivederci presto sul nostro scoglio. Invece tu ci sei tornato non più in vita. Sei tornato da noi, dal tuoi cari, dai tuoi grandi amici, dai tuoi splendidi colleghi, ma dentro una bara. Tu. Eri così schivo nel far sapere i corsi che avevi seguito, l’onore che ti eri fatto, le imprese che avevi compiuto. Minimizzavi sempre e quando hai salvato quel bimbo, ai nostri complimenti hai risposto semplicemente “è lavoro”, “ho fatto il mio dovere”. La modestia, la semplicità, la disponibilità, il coraggio, l’intelligenza erano i tuoi alleati. E la voglia di vivere, la grande forza di combattere contro quella maledetta, vigliacca malattia. Spero che tu riesca a trasmetterla, da lassù, questa tua grande forza. A Simona, alle bimbe, a zio e zia. E a tutti quelli che ti hanno conosciuto, che non si rassegnano. Siamo tutti fieri di te, nel ricordo del ragazzo eccezionale che eri. Che sei. Che sarai per sempre.

Maurizio