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Quattro recensioni d’autore per i “Tappezzieri” marinesi

Nava, Ferrero, Bavastro e Corradini Porta: firme prestigiose raccontano la compagnia di Paolo Ferruzzi: "E' degna di qualsiasi palcoscenico"

Quattro recensioni d'autore per i "Tappezzieri" marinesi

Romano Bavastro Giornalista Caporedattore de “La Nazione” Collabora con “L’Espresso” e “L’Europeo”

Un guru abile ma defilato e modesto come Paolo Ferruzzi non ammetterebbe mai che all’Elba esiste una scuola di teatro a lui ascrivibile. Ma dopo quindici anni di spettacoli, tre lustri di rappresentazioni di qualità di testi classici (da Aristofane a Molière, Courteline e Feydeau, Hannequine) ma anche di autori ingiustamente dimenticati (Sabatino Lopez, A. De Benedetti) e dalla Compagnia dei tappezzieri rispolverati e portati alla ribalta con grande successo, bisognerà pur riconoscere che questa scuola esiste. Il fatto che essa sia stata invitata ad esibirsi al ‘Franco Parenti’ di Milano, al ‘Goldoni’ di Livorno ed in altri teatri del continente è solo un particolare significativo del livello raggiunto da questo gruppo di attori così ben amalgamato da riuscire a coinvolgere il pubblico come non sempre accade anche a compagnie di maggiore caratura e notorietà. Non chiamiamo in causa l’Actor’s Studio, o le ‘università’ del teatro che sono il Piccolo Teatro di Milano, o furono la Scuola genovese di Orazio Costa, la bottega di Gassman e, più recente, quella di Gigi Proietti. Diciamo che la Scuola Elbana di Paolo Ferruzzi assomiglia molto, lui chiaramente il mister, ad una squadra di calcio. Dove tutti, nella vita distratti dalle più diverse occupazioni, nel momento in cui entrano in campo non cambiano solo abiti e pelle. Indossando i costumi cessano di essere se stessi per divenire personaggi come avrebbe voluto ed imposto Stanislavskij. E’ questa la sensazione dopo aver assistito all’ultima prova di questo complesso formidabile che interpretando “La cage aux folles” di Jean Poiret non solo ha divertito il pubblico folto e come sempre, variegato ed esigente, che può incontrarsi in un luogo turistico; ma si è divertito moltissimo. E’ forse anche questo il segreto di questa formazione i cui componenti, quando non si ritrovano per le prove – ed allora si fa sul serio – sono abituati ad incontrarsi sul luogo di lavoro. L’elegante e compassato Georges alle prese con una ingestibile situazione nel ruolo che al cinema fu di Ugo Tognazzi, è Marco Prianti: dirige un albergo a Marina di Campo; Albin nella memorabile interpretazione sullo schermo di Michel Serrault è l’esilarante Franco Giannoni, impiegato della dogana; l’altrimenti tosta ed intrigante – e qui ambigua come Jean Poiret pretende – Laurent, alias Giuliana Berti è un’eccellente fotografa con negozio sulla passeggiata di Marciana; l’esuberante Jacob di Franco Boschian, nella vita pubblicitario, mette il suo fisico possente a disposizione di Elba Link; la stupita e fascinosa Madame Dieulafoi è Paola Arnaldi consulente sindacale; il marito, Vincenzo Tirabasso, niente meno che un colonnello in pensione; il macellaio Languedoc, Renzo Fabbri, anch’egli davvero spassoso, fa l’infermiere; la debordante Mercedes è Manuela Cavallin, fiscalista. Per tutti – dieci personaggi sulla scena, altri in panchina tra il pubblico in attesa della prossima partita – la stessa situazione. E’ qui che entra in scena il guru. E’ qui che Paolo Ferruzzi si arma del metaforico fischietto e comincia la danza: chiamate in causa chi vi pare, Lippi o Mourihno, Mazzarri, Guardiola o Montella. Questa squadra, la squadra dei Tappezzieri può partecipare con onore a qualsiasi competizione, campionato o Champions League; la Compagnia dei Tappezzieri è degna di qualsiasi palcoscenico. “La Cage aux folles” di Poiret con la regia scene e costumi di Paolo Ferruzzi e in ordine di apparizione Marco Prianti come Georges, Franco Giannoni come Albin, Franco Boschian come Jacob, Manuela Cavallin come Mercedes, Anselmo Bisso come Tabarò, Giuliana Berti come Laurent, Renzo Fabbri come Languedoc, Vincenzo Tirabasso come Dielafoi, Paola Arnaldi come m.me Dielafoi, Michela come Muriel, Marko Boggio come il truccatore.

Ernesto Ferrero Scrittore Premio Strega 2000 Direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino Collabora con “La Stampa” – “Repubblica” – “Corriere della Sera”
Da che cosa nasce il piacere con cui, anno dopo anno, ritroviamo la compagnia dei Tappezzieri marinesi guidata da Paolo Ferruzzi? Credo dal fatto di partecipare a un teatro che ritrova la sua pulsione originale, primaria: quella di un rito condiviso, di un’allegra liturgia laica. Una seduta di gruppo in cui facciamo i conti con quello che siamo e quello che vorremmo essere, con le convenzioni sociali che ci siamo dati, con le nostre stesse recite di attori più o meno bravi, che vorrebbero sempre porgere di sé un’immagine migliore di quella reale. Ci ritroviamo tutti insieme, residenti e turisti, a sorridere nel segno di Molière, a ragionare sulla commedia umana, a riderne senza moralismi e senza complessi di superiorità, senza gli sdegni asprigni della satira estrema. Nel segno di un artigianato pazientemente affinato negli anni, quale era appunto quello dell’ex-tappezziere del Re Sole che a un certo punto decide di abbandonare il suo vecchio mestiere per dedicarsi interamente al teatro. Nella vita quotidiana fanno altri mestieri anche gli attori elbani, ma sanno calarsi nei panni dei loro personaggi con una adesione, un’empatia, una probità artigianale, appunto, che escludono il birignao dell’impostazione professionale, sempre un po’ affettata, un po’ troppo calcata ed esibita così da risultare fastidiosa. Anno dopo anno, si muovono nel repertorio via via messo a punto da Ferruzzi come nel loro ambiente naturale. C’è un filo rosso abbastanza evidente che lega le varie rappresentazioni, ed è quello che possiamo definire di un divertimento che non è fine a se stesso, ma sa arrivare al cuore nascosto delle cose e delle persone. Sono partiti dal Borghese gentiluomo per affrontare classici evergreen come Aristofane, “minori” opportunamente ricuperati come il toscano Pepoli, Lopez o De Benedetti, e soprattutto i maestri della commedia leggera francese, della pochade, da Hannequin a Courteline, da Feydeau a Poiret, la cui Cage aux folles gode da quarant’anni di una fortuna ininterrotta al di qua e al di là dell’Atlantico, a teatro come al cinema. I meccanismi sono sempre gli stessi (scambi di persona, equivoci piccoli e grandi, apparizioni imprevedibili, agnizioni) ma funzionano a meraviglia proprio perché intercettano vizi pubblici e privati, sempre gli stessi da quando Molière li ha fissati in una galleria di caratteri universali: arrampicatori sociali, tartufi supponenti, malati immaginari, preziosi ridicoli…Tutti rimandano alla questione che continua ad assillarci, tanto più oggi, in cui tutto è virtuale, tutto è fiction: quella dell’identità, del volto e della maschera dietro a cui ci nascondiamo, di convenzioni sociali risibili, delle ipocrisie in cui siamo invischiati. Anche ne La cage aux folles i personaggi più comici, quelli che sentiamo come insopportabili sono i genitori di Laurent, l’uomo politico in carriera e la sua degna consorte, i tartufi per eccellenza, campioni di una tipologia largamente diffusa. Certo, è facile ridere e sorridere degli altri, delle loro mossette, delle loro ciglia finte, dei rossetti, delle calze a rete e dei boa in cui avvolgono, dei loro spasmi di gelosia, di quel mondo apparentemente rovesciato che è soltanto lo sviluppo estremo di quello presunto “normale”. Ma c’è, al loro fondo, una sofferenza autentica, una pena, una ferita non rimarginabile, e la regia di Ferruzzi e la sensibilità degli attori le fanno affiorare. I personaggi a loro modo più liberi sono proprio quelli più consapevoli della finzione a cui sono costretti, e che recitano a viso aperto pagandone i costi sociali. Talché nella gioiosa liberazione finale, scandita da ritmi travolgenti e coinvolgenti, sono proprio i presunti normali a sentirsi finalmente liberati dalle maschere posticce che indossavano. La messinscena di quest’ultima fatica dei Tappezzieri conferma quello che già sapevamo: non sono necessari effetti speciali e grandi mezzi per arrivare al cuore del pubblico. L’iperrealismo di certe rappresentazioni finisce per spegnere la fantasia, ogni spettatore è anche un co-autore che ci deve mettere del suo per sviluppare i suggerimenti che gli vengono dal palco. Alludere è sempre meglio che dire e spiegare tutto. Alle carenze del budget rimedia l’inventiva del Ferruzzi scenografo, con i suoi cambi a vista e l’efficacia delle porte girevoli. Gli attori lo assecondano senza incespicare su ritmi molto sostenuti, rispettando il gioco degli incastri, il fuoco di fila dei dialoghi. Lo sappiamo: l’inventiva italica meglio risplende proprio quando si ingegna a utilizzare gli ingredienti semplici che ha sottomano, dalla pizza alla ribollita e alla panzanella. Ferruzzi e i suoi bravissimi Tappezzieri ci hanno così consegnato un altro gustosissimo “piatto povero”. “La Cage aux folles” di Poiret con la regia scene e costumi di Paolo Ferruzzi e in ordine di apparizione Marco Prianti come Georges, Franco Giannoni come Albin, Franco Boschian come Jacob, Manuela Cavallin come Mercedes, Anselmo Bisso come Tabarò, Giuliana Berti come Laurent, Renzo Fabbri come Languedoc, Vincenzo Tirabasso come Dielafoi, Paola Arnaldi come m.me Dielafoi, Michela come Muriel, Marko Boggio come il truccatore.

Massimo Nava Giornalista e scrittore Editorialista da Parigi per il “Corriere della Sera”
Le sorprese sono tre e non so dire quale sia la più piacevole. La prima sta nel constatare quanto sia fragile il confine fra professionisti e dilettanti quando ci sono di mezzo la passione e l’amore, ovvero quando le cose – tutte le cose – sono fatte bene per il gusto di farle, per sé stessi e soprattutto per gli altri, in questo caso il pubblico. La seconda è una conferma, perché ancora una volta Marciana Marina ha saputo essere sé stessa nella proposta di qualità culturale all’interno della cornice vacanziera e turistica. La terza sta nella messa in scena : leggera, comica, trasgressiva, senza mai scadere nello sboccato e nel volgare. Al contrario, sempre piacevolmente delicata e ironica nell’interpretazione del testo di Poiret. La risata fino alle lacrime sul grottesco del travestimento e della diversità sessuale non trascura, ma comprende ed esalta, il dispiegarsi dei sentimenti fra individui, mentre ogni battuta è uno schiaffo all’ipocrisia e al polveroso e malinteso essere “perbene” o “normali”. Chi siamo noi per giudicare? Come avrebbe poi detto, proprio in questi giorni Papa Francesco, gettando il sasso nel nostro Bel Paese, indifferente alla violenza, sordo ai cambiamenti sociali e culturali, cieco davanti a norme che avanzano nel mondo civile, incapace di essere coeso e bipartisan (nonostante i governi di larghe intese) nel mettere in vigore una legge sull’omofobia. Ho assistito a “La Cage aux folles” nella piazza di Marciana Marina, affollata più del solito. C’erano molti bambini, accovacciati nelle prime file, che ridevano come e più degli adulti e che, come molti amici e frequentatori dell’isola, si divertivano nel riconoscere – fra i “tappezzieri” travestiti – il parrucchiere e la fotografa, il direttore d’albergo e l’infermiere, l’impiegato comunale e la vicina di pianerottolo, insomma gli elbani della vita quotidiana, abbracciati nel festoso applauso finale. Paolo Ferruzzi, regista, scenografo e anima della compagnia, ha confezionato lo spettacolo con grazia e abilità, riuscendo a far girare la divertente giostra degli equivoci nella semplicissima mobilità di qualche pannello di tela e nel contorno di qualche oggetto fragorosamente kitch. Merito naturalmente dei “tappezzieri”, che con “Il Vizietto” alla marinese, hanno aggiunto un’altra perla ai loro quindici anni di teatro per passione. “La Cage aux folles” di Poiret con la regia scene e costumi di Paolo Ferruzzi e in ordine di apparizione Marco Prianti come Georges, Franco Giannoni come Albin, Franco Boschian come Jacob, Manuela Cavallin come Mercedes, Anselmo Bisso come Tabarò, Giuliana Berti come Laurent, Renzo Fabbri come Languedoc, Vincenzo Tirabasso come Dielafoi, Paola Arnaldi come m.me Dielafoi, Michela come Muriel, Marko Boggio come il truccatore.

Anna Corradini Porta Giornalista Editorialista per “Il Giornale” e “Libero”
E’ soprattutto d’inverno che mette a punto le sue magie. D’inverno, quando l’Elba si addormenta e tutto sembra sospeso in attesa della nuova estate. Quella è la stagione più intensa per la Compagnia dei Tappezzieri che quel geniaccio di Paolo Ferruzzi si è inventata e costruita a sua immagine e somiglianza. I Tappezzieri lavorano quando gli elbani prendono fiato, si infiammano quando gli altri riposano, perché sulle braci ardenti del teatro ce li ha messi lui, un pugno di attori non attori che si sono visti catapultati sul palcoscenico, destinati, a loro sorpresa, a diventare protagonisti. Un pugno di gente comune che la travolgente passione e la bravura di Paolo Ferruzzi ha portato al success. Strappati alle loro scrivanie, ai loro negozi, alle loro cose, ai loro studi, questi elbani sorprendentemente duttili, perfetti improvvisatori si sono vestiti dei panni dei più famosi personaggi teatrali e hanno riempito le piazze affascinando dal palcoscenico un pubblico entusiasta e perennemente incantato dalla loro bravura. Storico, architetto, regista e scenografo Paolo Ferruzzi ha contribuito a piene mani, mettendoci amore e cervello, a fare dell’Elba e in particolare di Marciana Marina, un salotto culturale invidiatissimo. Non c’è pietra che non porti la sua impronta , né iniziativa di livello che non abbia la sua firma. D’estate, elbani e turisti aspettano con curiosità le sue sorprese teatrali, si va da Aristofane a Molière, da Feydeau a Lopez e persino Poiret con la sua “Cage aux folles” non così facile da rappresentare. Ricordate “Il Vizietto”? ricordate Ugo Tognazzi? Pensate a questa casa di checche portata all’Elba con impiegati, pubblicitari, fotografi, consulenti, colonnelli in pensione, vestiti da donna e con una recitazione di una veridicità sorprendente. Il successo è stato strepitoso. Il gioco fra l’altro era di riconoscere sotto quelle vesti e quel trucco quale elbano si nascondesse. Subito sono fioccate le richieste da molti teatri italiani per avere la Compagnia dei tappezzieri, un riconoscimento che Paolo Ferruzzi può aggiungere al suo ricco medagliere. “La Cage aux folles” di Poiret con la regia scene e costumi di Paolo Ferruzzi e in ordine di apparizione Marco Prianti come Georges, Franco Giannoni come Albin, Franco Boschian come Jacob, Manuela Cavallin come Mercedes, Anselmo Bisso come Tabarò, Giuliana Berti come Laurent, Renzo Fabbri come Languedoc, Vincenzo Tirabasso come Dielafoi, Paola Arnaldi come m.me Dielafoi, Michela come Muriel, Marko Boggio come il truccatore.