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Cosa c’è dietro questi “ecomostri”, come riqualificare l’Elba

di Paolo Di Pirro (Lista civica per Marciana Marina)

Cosa c'è dietro questi "ecomostri", come riqualificare l'Elba

La discussione sugli “ecomostri” o, forse più propriamente, sulle “brutte cementificazioni” (ammesso e non concesso che possano esistere le “belle” cementificazioni) sta finalmente prendendo piede anche all’Isola d’Elba, ben al di là di fatti specifici.

A volte, tuttavia, situazioni, concetti e termini vengono ancora impropriamente utilizzati per precostituire ragioni di forza maggiore assolutamente inesistenti. Innanzi tutto, come ho già avuto modo di scrivere, le amministrazioni locali considerano ancora il territorio una sorta di “gallina-dalle-uova-d’oro” che deve assicurare facili entrate finanziarie a fronte di concessioni edilizie, con la convinzione aggiuntiva della validità dell’equazione “tantocemento=tantituristi=tanta ricchezza”.
Credo che, nel tempo, nulla si sia rivelato più falso, e l’esubero, ad esempio, di seconde case contrapposto ad una scarsità quantitativa e qualitativa della ricettività turistica, così come la compromissione del territorio che oramai rende quasi impossibile qualsiasi riqualificazione urbana, stanno producendo più danni che benefici.
Ecco, proprio il termine “riqualificazione” è uno di quelli che viene utilizzato più impropriamente e, lasciatemi dire, anche più furbescamente, in vari interventi. Riqualificazione non può significare trasformare una fatiscente stalla in una villa, o redimere abbandonati e magari già abusivi magazzini (che sarebbero solo e semplicemente da abbattere per fare recuperare dignità al paesaggio) per ottenerne edificazioni di pari o maggior volume, od utilizzare “brutte” aree alluvionali per farne splendidi pseudo centri servizi.

La “riqualificazione” architettonica deve, invece, riacquistare il proprio vero significato ampliando la propria visione di intervento all’intero paesaggio, non limitandosi solo ai fabbricati, e trovando il coraggio di contribuire all’eliminazione delle brutture del passato, senza cercare di giustificarne l’esistenza nobilitandole, per così dire, con ulteriori cementificazioni e belletti a corredo, che in realtà, quasi sempre, nascondono vere e proprie speculazioni edilizie. Invece, di vera riqualificazione avrebbe necessità l’Isola d’Elba, anche in termini di compatibilità e sostenibilità ambientale delle architetture, dei territori e dei paesaggi: con ciò ribaltando completamente, da presunto danno ad enorme opportunità, le ragioni di chi mette avanti le difficoltà di imprese edili e di professionisti.

Altro tabù da sfatare sarebbe, infine, quello della cosiddetta “regolarità amministrativa” : tutto viene, a posteriori, giustificato ed accettato senza appello, a fronte della inattaccabile regolarità delle “concessioni edilizie”, o dei permessi a costruire. Sulla carta tutto bene, per l’ambiente e il paesaggio spesso tutto male: non può essere. Qui, purtroppo, sono molti i fattori che concorrono negativamente: la già citata fame finanziaria delle amministrazioni locali, l’eccessiva discrezionalità degli Uffici tecnici, il ruolo delle Soprintendenze, l’irrevocabilità di fatto delle concessioni rilasciate, la frammentazione e le contraddittorietà dei vari piani urbanistici (quando ci sono) e dei regolamenti comunali, e quanto altro ancora. 

Il tutto, in ogni caso, configura una situazione semplicemente inaccettabile e sulla quale il legislatore dovrà per forza intervenire. In questo sconfortante contesto, almeno, suona bene l’intenzione del Governatore della Regione Toscana, Rossi, e dell’assessore Marson, di finanziare i Comuni che vogliano abbattere gli ecomostri (e le brutture architettoniche, aggiungerei), riconoscendo il primato insostituibile, non contrattabile, non consumabile e non recuperabile del paesaggio e del territorio. Speriamo bene.