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O Banfi si dimette o subisce un confronto in Consiglio

di Mario Tozzi (presidente del Parco)

O Banfi si dimette o subisce un confronto in Consiglio

L’agitazione degli organi di informazione e di alcuni politici elbani di fronte alla doppia questione vice-presidenza e ungulati dimostra, ancora una volta, come la fine del mandato del presidente Tozzi scateni appetiti e manovre di piccolo cabotaggio, tipiche di un teatrino peraltro pallida imitazione malriuscita di quello nazionale.

I fatti però parlano chiaro: il vicepresidente Banfi esprime ai giornali la propria visione della questione ungulati all’Elba, dichiarando che “il presidente Tozzi parla a nome personale” e non per conto del Parco. Il Presidente allora nomina portavoce della presidenza del Parco, in sua temporanea assenza, il consigliere Mazzantini e rimanda la questione a un prossimo consiglio direttivo. Tutto qui. Nessuna sfiducia tecnica, dunque, ma solo una inevitabile decisione che è peraltro consuetudine nelle amministrazioni pubbliche, anche elbane. Quale sindaco lascerebbe parlare a nome dell’amministrazione comunale un vice-sindaco che esprimesse idee solo personali in contrasto con quanto deciso in consiglio? Nessuno. E infatti non è accaduto quando, per esempio, il sindaco di Campo nell’Elba ha costretto alle immediate dimissioni (in agosto) il suo assessore Dini, reo di non essere in linea con l’azione di governo dell’Amministrazione. Nessuno ha avuto da ridire, ovviamente. La stessa cosa è accaduta al Parco, niente di più. Sostanzialmente è Banfi a parlare a titolo personale, visto che il Consiglio Direttivo del Parco, e non solo il suo presidente, si sono già più volte espressi a favore della completa eradicazione dei cinghiali dall’isola. Di più: Banfi nemmeno ricorda che egli stesso (nel 2002) ha controfirmato una dichiarazione di eradicazione quando era facente funzioni di Direttore del Parco. Ora, si sa che coerenza e assunzione di responsabilità sono merce rara, ma almeno la memoria non dovrebbe difettare a chi, da tanti anni, si agita nella pubblica amministrazione.

E veniamo alla vera questione: si vogliono levare di mezzo per sempre i cinghiali all’isola d’Elba o no? Perché la parola eradicazione non consente accezioni diverse e questo proprio significa: eliminazione totale di una specie non endemica e dannosa per le altre specie, per gli ecosistemi e per le attività produttive elbane come l’agricoltura. Da quando si è insediata questa Presidenza, nel lontano 2006, questo sembrava il problema principale degli elbani: “i cinghiali li conosciamo per nome e cognome, ci mangiano tutto, non ne possiamo più, levateli di torno”. Così il Parco si è rimboccato le maniche per far fronte a un problema causato da altri (i cacciatori negli anni ‘60) e ha impegnato denari e risorse passando da 0 a 1100 cinghiali catturati o abbattuti all’anno. Un Parco che si dà da fare per i cittadini. E invece no: quando abbiamo messo a fuoco ancora di più la questione, ottenendo il parere favorevole di Ispra per arrivare alla scomparsa del cinghiale ibridato elbano, incominciano le resistenze. Nello stesso tempo, però, i sindaci non parlano tutti la stessa lingua: in particolare Marciana e Campo nell’Elba sono per l’eradicazione senza se e senza ma, gli altri chissà.

Proprio in questo contesto viene fuori il vice presidente Banfi che si fa evidentemente interprete della voce dei cacciatori, che sono i veri mandanti dell’operazione: loro non hanno nessuna intenzione di eradicare i cinghiali, altrimenti come si divertono? E così l’intera popolazione ridiventa ostaggio di una piccolissima minoranza, però molto forte perché organizzata in lobby politica che condiziona addirittura i sindaci, preoccupati di perdere consenso. Purtroppo la miseria della questione è ormai palese: nessuno sguardo al bene comune, nessun rispetto dei fatti e nessuna coerenza, ma pietosi calcoli da provincia dell’impero.

Al momento ci sono solo tre sbocchi possibili: o Banfi si scusa e ritira quanto detto confermando che a parlare a titolo esclusivamente personale era solo lui, o subisce il confronto in Consiglio direttivo, con il rischio di essere invitato gentilmente dalla maggioranza a non parlare più a nome del Parco e tantomeno del suo presidente: del resto quale consiglio si sentirebbe rappresentato da una voce di minoranza? Oppure Banfi si dimette, compiendo per intero il salto della quaglia da eradicazionista a possibilista.

L’intervento del ministro Matteoli è poi evidentemente sobillato dalle solite logiche da pollaio: un ministro delle Infrastrutture che vede realizzato in fase esecutiva solo il 3% dei propri progetti avrebbe altro da pensare, si potrebbe dire. Ancora di più essendo fresco reduce di sconfitta politica nella sua Orbetello (a proposito: quante volte è stato presente il politico cecinese quando era sindaco a Orbetello in Consiglio comunale?), avrebbe forse fatto meglio a esercitare la virtù del silenzio su questioni che evidentemente conosce poco e male. Peraltro non ci risulta sia lui il ministro dell’Ambiente attualmente in carica: chissà cosa ne penserà il ministro vero. E non credo che nessuno dei due ministri in questione terrebbe con sé un sottosegretario o un portavoce che parlasse una lingua diversa dalla propria.

Nessuna sfiducia tecnica, ma solo la volontà di parlare con una voce sola, quella della maggioranza del Consiglio e non quella di altre esigenze incontrollabili. Ma chiunque ha compreso che qui la questione non è quella dei cinghiali o del vice presidente, ma del futuro del Parco e della prossima presidenza. Un elbano competente e che sa tutto del territorio e della storia del Parco ci sarebbe, ma sembra che i sindaci elbani non lo considerino. Allora si spostano i problemi, mandando tutto in confusione, con la speranza di lucrare ancora una volta lo spostamento di un confine o l’ampliamento di un bagno. Che tristezza.