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LA PAOLINA: DATI, IPOTESI INTERPRETATIVE E FANTASIE

di Michelangelo ZECCHINI (già direttore del dipartimento Archelogia Forum Unesco)

LA PAOLINA: DATI, IPOTESI INTERPRETATIVE E FANTASIE

Spero che il grande interesse da cui è avvolto lo scoglio di Castiglioncello/Paolina serva da traino per acquisire consapevolezza sulla necessità di salvaguardare e valorizzare i nostri beni culturali, che sono immensi di per sé ma che rivestirebbero – se solo ci fosse un po’ di sensibilità – un ruolo importante nel futuro socio-economico dell’Elba. I numeri spesso hanno una forza esplicativa che non è nelle parole. Eccone uno : 100.000. Tanti sono i pezzi archeologici sottomarini secondo la stima per difetto avanzata negli anni Settanta del secolo scorso. Oggi sappiamo – il tesoro del Polluce docet – che è una valutazione molto prudenziale. Non da meno sono i giacimenti ‘terrestri’. E la qualità non è minore della quantità.

Nel quadro del patrimonio culturale isolano i resti archeologici della Paolina sono senza dubbio importanti, ma non tanto da costituire una priorità. Il diritto di precedenza spetta, oggettivamente, a una molteplicità di monumenti, in primis l’eccezionale architettura stratificata del Volterraio, sulla quale – lo annuncio per inciso – stanno emergendo inediti documenti d’archivio settecenteschi. In ogni modo, poiché del pregio archeologico dell’isolotto si continua a parlare molto, e non di rado con estensioni cronologiche e culturali fantasiose, vorrei proporre il mio contributo alla conoscenza del sito.

Scoprii i reperti archeologici della Paolina nel 1965 e li illustrai per la prima volta nella mia tesi di laurea, discussa all’Università di Pisa l’anno successivo. Allora Castiglioncello era colmo, in superficie, di frammenti di anfore e di vasellame da mensa di varia tipologia. Con il passare dei decenni il patrimonio archeologico ha subìto un evidente depauperamento a causa di insulse aggressioni da parte degli amanti del coccio.

Lo scoglio della Paolina, checché se ne dica, non ha niente a che fare con gli Etruschi. La sua frequentazione (II-I secolo a.C.) è affatto di epoca romana ed è di gran lunga posteriore al momento (circa 250 a. C.) in cui le armate consolari imposero il loro dominio sull’Elba. L’ambito cronologico è ormai sufficientemente chiaro: il ritrovamento, in tempi diversi, di anfore greco-italiche recenti e tardorepubblicane di forma Dressel 1B, nonché di vasellame a vernice nera, di ceramica a pareti sottili e di lucerne a globetti (warzenlampen), restringe l’arco temporale di occupazione a circa 100 anni o poco meno, per la precisione fra l’ultimo quarto del II secolo e il terzo quarto del I secolo a. C..

Tanto sicuri sono i momenti di utilizzo e di disuso, altrettanto incerti sono scopi e funzioni. Fra i pochi dati incontrovertibili, c’è questa sequenza : uno strato, composto da terriccio frammisto a scorie di ferro e tracce di forni, sta sotto strutture murarie ortogonali riferibili a un edificio la cui planimetria è tutta da definire. La successione stratigrafica è desumibile dall’osservazione delle sezioni naturali, soprattutto sul versante orientale, e conduce a due ipotesi interpretative:
1) lo scoglio, che 2000/2100 anni fa era collegato alla terraferma da una striscia di terra, dapprima fu usato per la riduzione in loco di minerali di ferro; poi, abbandonate le attività metallurgiche, i Romani vi innalzarono un modesto edificio;
2) lo scoglio non ospitò alcun impianto per la produzione di ferro: scorie e resti della riduzione non sono in situ, ma furono prelevati da un luogo vicino (dalla spiaggia di Re di Noce?) e servirono per l’opera di livellamento propedeutica alla costruzione di un piccolo fabbricato, forse una sorta di pied-à-terre per ‘ozio’ dal quale ammirare le bellezze ambientali circostanti.

A mio avviso la seconda ipotesi è più plausibile. Tuttavia il dilemma potrà essere sciolto solo con una sistematica campagna di scavo. Che, però, non deve essere effettuata. Gli scavi, infatti, avrebbero sì il merito di procurare nuovi indicatori storico-archeologici, ma al contempo modificherebbero l’aspetto d’insieme dello scoglio e altererebbero per sempre il suo straordinario microcosmo. La Paolina dunque, privata o pubblica, deve restare così com’è.