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UNA TUTELA “ALLA SCOGLIETTO” SUL 30% DELL’ISOLA

E' L'IDEA DI GREENPEACE, CHE HA PRESO IN ESAME LA PROPOSTA ELBANA SULLE AREE MARINE. "NESSUNA GARANZIA SUI FANGHI DI BAGNOLI, I CITTADINI DOVREBBERO PRETENDERE COERENZA DA STATO E REGIONE"

UNA TUTELA "ALLA SCOGLIETTO" SUL 30% DELL'ISOLA

“All’Elba è necessario estendere la formula di tutela sperimentata con successo con lo Scoglietto di Portoferraio, con una copertura di almeno il 30% della fascia costiera”.

Il 31 luglio, durante una conferenza stampa a bordo della Rainbow Warrior 2007 il sindaco di Portoferraio Roberto Peria ha consegnato ad Alessandro Giannì di Greenpeace la proposta di zonizzazione e regolamentazione della amp nel Comune di Portoferraio, chiedendo all’associazione ambientalista di dire la sua. L’associzione ha risposto con un documento di osservazioni che contiene questa idea: la tutela biologica in vigore allo Scoglietto come modello di protezione ambientale da estendere all’intero Arcipelago.

Oltre che sulle amp, Greenpeace interviene anche sulla questione dei fanghi di Piombino: “Abbiamo chiesto – senza risposte – delle garanzie – dice Giannì – i cittadini e gli amministratori di Portoferraio, dell’Elba e dell’Arcipelago Toscano dovrebbero chiedere ed ottenere coerenza nelle azioni di tutela che Stato e Regione intendono avviare a tutela del mare dell’Arcipelago.

Ma l’associzione denuncia anche il degrado di Montecristo: “Abbiamo verificato non solo che ci sono probabilmente problemi di controllo per un’area così remota, ma
anche che l’assenza di piani di gestione (l’isola è protetta dagli anni Settanta) sta portando ad una situazione critica: l’introduzione di specie aliene (ungulati e varietà arboree) ha causato un dissesto idrogeologico che sommandosi agli effetti del cambiamento climatico (precipitazioni più sporadiche ma più violente) causa eventi franosi che hanno un impatto evidente anche sui fondali dell’isola:
abbiamo trovato aree degradate, metri di sedimenti e tronchi d’albero a 70 m di profondità”.

Queste il documento firmato dal responsabile della campagna Mare dell’associazione ambientalista, Alessandro Giannì:

Premessa

Il documento consegnatoci dal Sindaco di Portoferraio presenta sinteticamente un resoconto “storico” delle vicende che hanno condotto alla sua elaborazione, una sintesi di aspetti normativi e tecnici relativi alle ipotesi di AMP nell’Arcipelago Toscano e quindi una proposta di zonazione e
regolamentazione, limitata alle acque del Comune di Portoferraio.
Greenpeace apprezza lo spirito del documento, e spera che esso sia servito ad una discussione franca, aperta e partecipata sulla questione delle Aree Marine Protette (AMP) e in generale sulle prospettive di evoluzione del territorio del Comune e delle attività economiche ivi praticate, nonché sulle prospettive della qualità della vita degli abitanti del Comune di Portoferraio.
Greenpeace nota che la “Proposta” non può limitarsi (né di fatto si limita) a considerare solo il territorio del Comune di Portoferraio (che, tra l’altro, amministra anche l’Isola di Montecristo). In effetti, si fa cenno più volte all’intera Isola d’Elba e talvolta a tutto l’Arcipelago Toscano. Crediamo che la “Proposta” del Comune di Portoferraio sia stata uno strumento di riflessione utile anche al di la dei confini del territorio del Comune di Portoferraio.
Nel rispetto dell’opinione degli estensori del documento, e ringraziando della possibilità di partecipare ad un’importante discussione in corso, nelle pagine che seguono Greenpeace ritiene di poter commentare su quattro aspetti della riflessione proposta:
– considerate le premesse, che indicano nel turismo l’attività prevalente dell’economia elbana, sarebbe stata utile un maggior approfondimento sui possibili fattori di pressione e di rischio che gravano sul territorio e su come l’AMP può aiutare a progettare un futuro più favorevole a tali attività. Tali valutazioni sono cruciali per orientare le scelte dell’uso del territorio, inclusi i possibili obiettivi di un’AMP;
– sarebbe stato utile accennare meglio alla questione della vigilanza sia entro che in prossimità dell’AMP, giacché questo è un fattore critico (non l’unico, naturalmente) per definire il destino (fallimento o successo) delle AMP;
– nel documento non è indicato con chiarezza l’obiettivo di permettere un recupero delle
risorse ittiche in mare. Si considera la pesca come attività residuale (o… è residuale perché non ci sono più pesci?) e si propone di lasciare campo libero alla pesca sportiva. Ci permettiamo di descrivere e proporre uno scenario alternativo;
– riguardo allo specifico della proposta di zonazione, senza entrare nel merito delle scelte sui siti ci permettiamo di riferire alcuni dati scientifici sia sulla tipologia delle AMP, sia sull’estensione delle medesime. Anche in questo caso, le scelte dipendono dagli obiettivi che si pone l’azione di governo del territorio: se l’obiettivo è quello di tutelare le risorse per aumentare la pesca, allora una tutela analoga a quella dello Scoglietto di Portoferraio dovrebbero essere estesi al 30/40 % delle acque costiere dell’Elba.

La pressione del turismo
Nel discutere di strumenti di gestione del territorio (marino e costiero, in questo caso) è utile una riflessione sugli “usi” del territorio e del mare con una panoramica sui fattori di pressione che vi insistono e dei possibili effetti negativi e positivi di tali pressioni.
Nella “Proposta” si afferma che l’economia elbana praticamente “è quasi una monocultura”, riferendosi alla netta prevalenza del “peso” del turismo nell’economia dell’isola. Dal contesto del
documento si deduce la previsione che l’attività turistica resti, almeno per qualche tempo, il traino principale dell’economia del territorio comunale (e, per esteso, anche dell’intera Isola d’Elba).
Non è compito di Greenpeace valutare l’esattezza di quest’analisi, ma date queste premesse ci saremmo attesi una serie di osservazioni e valutazioni che avrebbero potuto “guidare” la redazione della proposta. Ci sembra che, nella versione attuale del documento, si tende a
considerare lo “status quo” del turismo come un dato di fatto che dovrebbe durare a lungo nel tempo: la premessa è che l’uso “turistico” del territorio elbano sia ad oggi sostenibile. Tuttavia, Greenpeace ha avuto modo di verificare, sull’Isola d’Elba, la presenza di impatti che sono localmente riferibili alle attività turistiche ed altre informazioni in merito sono a noi pervenute.
Naturalmente, una riflessione completa sulla sostenibilità del turismo dovrebbe comprendere non solo le attività in mare, ma includere anche aspetti come trasporti, rifiuti, edilizia e infrastrutture. La stessa “Proposta” accenna al problema degli allacciamenti fognari non sempre
sufficienti: è un problema ovviamente collegato con le presenze turistiche: i turisti generano ma anche subiscono l’eventuale impatto. Greenpeace ha potuto verificare localmente anche danni ad alcune biocenosi costiere, impattate (anche) da ormeggi per la nautica da diporto, nonché un eccesso di torbidità dell’acqua verosimilmente causato da un aumento degli input terrigeni dovuti a dissesto territoriale (antropizzazione, urbanizzazione, ecc…).
Senza approfondire temi in cui operano con miglior efficacia numerosi specialisti, rileviamo che nel documento mancano alcune necessarie premesse che giustifichino poi gli obiettivi dell’intervento sul territorio e, in particolare, le finalità dell’AMP.
Se – ma questa è una sola delle ipotesi possibili – all’Elba si intende continuare con un’economia a netta prevalenza del settore turistico, allora sarebbe stato utile chiedersi:
a) se il presente modello di “uso” del territorio (mare compreso) è realmente sostenibile;
b) se alcuni fenomeni localmente osservabili possono indicare che ci si sta approssimando ad
un limite che è pericoloso varcare;
c) se non sono necessari interventi gestionali per garantire che il turismo possa continuare a portare benessere all’economia elbana senza metterne in pericolo il “capitale ambientale” che il territorio offre agli usi collettivi e privati;
d) se le soluzioni più ovvie sono sempre le migliori (ad esempio, è corretto sostenere – come si legge nel testo – che un aumento dei posti barca “risolve” il problema dell’eccessiva ed incontrollata circolazione di imbarcazioni da diporto o piuttoso, come per i parcheggi urbani, l’aumento di “posti” attira un numero sempre maggiore di “utenti” in una spirale senza fine che erode le risorse del territorio?);
e) se un’AMP ben disegnata non faccia parte della soluzione del “problema turismo” orientando l’offerta turistica verso la qualità piuttosto che la quantità con il vantaggio di assicurare la redditività del settore ma con minor “peso” sul territorio. Date analisi e premesse di questo tipo, sarebbe stato utile assegnarsi degli obiettivi, ad esempio rispetto alla destagionalizzazione delle presenze turistiche, al minor impatto del turismo nautico (motorizzazioni dei natanti, controllo degli ormeggi…), a progetti di intervento tecnologico (si accenna, giustamente, all’energia solare), alla tutela della fascia costiera dagli abusi e da una
pressione di urbanizzazione che disarticola struttura e funzione degli ecosistemi costieri.
Crediamo che questi dovrebbero essere obiettivi espliciti dell’AMP.

Vigilare per convincere
La realizzazione di un’AMP impone al territorio dei vincoli che se non sono rispettati da tutti non producono i risultati auspicati e diventano quindi un peso inutile per la collettività locale: si limitano le opzioni di uso territoriale senza reali vantaggi.
La questione dei “vincoli” è più volte affrontata nella “Proposta”, dove emerge una visione del vincolo ambientale come “rinuncia sofferente”. Tuttavia, l’idea di rinunciare a certi modi d’uso del territorio dovrebbe essere sostituita da quella che, semplicemente, quel territorio si usa in un altro modo. Possibilmente, meglio.
Ma se questa scelta non viene opportunamente difesa, se la distruzione delle risorse pubbliche ha libero corso in assenza di controlli e disposizioni efficaci, è chiaro che il “vincolo” resta una “rinuncia” per colui che non intende travalicare i limiti della Legge ed un’opportunità per chi invece
non ha questi scrupoli.
Ad esempio, in un recente convegno a Marciana sul tema delle AMP, è stato letto un (pezzo di) articolo di giornale dove si riferiva come le comunità locali dell’Arcipelago della Maddalena (se
non erriamo) fossero ormai contrarie all’istituita AMP, anche sulla base della scarsa funzionalità della medesima AMP.
Un rapporto sulle riserve marine dello Stretto di Bonifacio1 afferma che (nostra traduzione): “Nel sud della Corsica […] le biomasse [n.d.t.: di specie ittiche di interesse commerciale] si sono moltiplicate per 2,3 in due anni nelle zone protette rispetto a quelle lasciate al libero sfruttamento, per 4 in dieci anni e per 6 in una ventina d’anni. […] Nel nord della Sardegna, le riserve integrali hanno un fattore d’incremento di solo il 20%, ossia 1,2 volte più biomassa nelle zone protette che nelle zone lasciate a libero sfruttamento. Questo risultato, più debole di quello della parte corsa, è senza dubbio imputabile all’assenza di sorveglianza diretta di queste riserve integrali dai servizi
del parco nazionale.) Insomma, nello stesso periodo di venti anni i pesci (e si parla solo delle specie di interesse
commerciale) sono aumentati del 600% in Corsica e del 20% in Sardegna e la colpa è del bracconaggio. Più chiaro di cosi!
Crediamo quindi che la “Proposta” dovrebbe includere specifiche garanzie di successo. Successo vuol dire centrare gli obiettivi: il caso della Corsica (ma, in piccolo, anche dello Scoglietto di Portoferraio) dimostra che il successo è possibile e passa anche per un controllo efficace.
Greenpeace propone che la realizzazione di un efficace controllo nell’AMP sia uno degli obiettivi espliciti dell’AMP stessa.
1 Culioli J.-M., Plastina G., Peschet P., Ugo M. & O. Desanti (2003). Evaluation qualitative et quantitative des espèces
cibles de poissons entre 10 et 20 m dans le périmètre du Parc marin international (missions 2001, 2002 & 2003). Office
de l’Evironnement de la Corse-Réserve Naturelle des Bouches de Bonifacio, Parco Nazionale Arcipelago la Maddalena.

Un futuro alla pesca locale
La proposta tratta, forse a ragione, la pesca locale all’Elba quale attività sostanzialmente marginale.
Parrebbe un destino, un declino, ineluttabile. Greenpeace ritiene invece che l’AMP dovrebbe essere uno strumento dedicato allo sviluppo della pesca locale.
Nel citato rapporto sulle Bocche di Bonifacio leggiamo che (nostra traduzione): “La pesca professionale artigianale praticata dalla Prud’homie [n.d.t.: la comunità dei pescatori locali] di Bonifacio sembra in equilibrio con l’ecosistema grazie a:
– un modesto numero di pescatori (meno di trenta piccole imbarcazioni), – uno sforzo di pesca limitato nel tempo (stagione di pesca da marzo a ottobre),
– attrezzi di pesca tradizionali (reti con tramagli limitati a grandi maglie),
– la realizzazione di zone di riserva,
– la gestione delle attività sportive [n.d.t.: il rapporto fa riferimento alla pesca sportiva],
– la realizzazione di una politica di sorveglianza efficace). Insomma, cooperazione tra pescatori, modesto sforzo di pesca con metodi non impattanti, rete di aree protette, gestione delle attività “concorrenti” e controlli efficaci sono il segreto per la sostenibilità della pesca artigianale nel nostro mare. Greenpeace crede che questa sostenibilità, con prospettive di adeguato sviluppo della pesca locale, potrebbe essere garantita, all’Elba e nell’Arcipelago Toscano, da un percorso che tra l’altro potrebbe prevedere passaggi quali:
a) lo sviluppo della pesca locale, ed in particolare l’aumento delle rese dell’attività (intese come aumento dei ricavi della pesca a parità di “intensità” (sforzo) di pesca) dovrebbe essere uno degli obiettivi espliciti dell’AMP;
b) i soggetti interessati, i pescatori, devono essere parte attiva della gestione ma anche delle quotidiane operazioni di cura e tutela del patrimonio ittico e, in generale, del mare dell’Elba;
c) l’AMP dovrebbe funzionare anche come garante della qualità dei prodotti ittici locali, che potrebbero essere dotati di un marchio specifico che potrebbe aumentare il valore del prodotto ittico (fresco o, nel caso di alcune specie, trasformato);
d) l’AMP dovrebbe attivare progetti specifici, insieme alla categoria e ad altri attori sociali interessati, anche utilizzando i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea, per attuare uno sviluppo sostenibile di questa attività;
e) come descritto nella “Proposta”, eventuali progetti di acquacoltura o maricoltura nell’area dell’Arcipelago dovrebbero comunque essere rigorosamente impostati su criteri di
sostenibilità ambientale e potrebbero quindi essere dotati del marchio di cui sopra;
f) le “attività concorrenti” alla pesca artigianale dovrebbero essere gestite in modo da minimizzare gli impatti dovuti alla coincidenza delle aree e/o delle risorse utilizzate.
Greenpeace ritiene che, oltre che come attività economica, la pesca locale (piccola pesca) dovrebbe essere salvaguardata anche quale patrimonio culturale dell’Isola d’Elba (e non solo dell’Elba, naturalmente), riannodando i fili, spezzati, della continuità di un lavoro millenario, del passaggio di
conoscenze che si stanno perdendo, di un senso di appartenenza alla comunità che superi la barriera della marginalità.
Anche per questo motivo, nella totalità delle acque prossime dell’Elba dovrebbero essere vietati attrezzi pericolosi per la struttura dei fondali, come la pesca a strascico e certe modalità (peraltro
illegali) di pesca con rete a circuizione a modeste profondità. In tal senso, l’ipotesi di un’ampia “zona D” intorno all’Elba sembra promettente.
Tuttavia, la stessa pesca artigianale deve rendersi conto che i suoi attrezzi, se usati scorrettamente, possono causare danni ai fondali marini e distruggere il “capitale ambientale” su cui si basa tale attività. Nessuno è quindi escluso dallo sforzo comune di operare per un mare più ricco di vita da cui, tra l’altro, la pesca artigianale può trarre risorse e speranza di futuro.
Sopra, una rete da posta calata su una prateria di posidonia. A lato: una nassa calata attraverso un fondale di paramuricea (gorgonia rossa). In entrambi i casi, questi attrezzi possono recare danni.
Riguardo alla pesca sportiva, è necessaria una riflessione critica che valuti la reale selettività della pesca stessa che ovviamente non dipende dall’attività in se, ma dalle capacità e dalla volontà del
singolo pescatore. E’ chiaro che la pesca subacquea non può essere paragonata ad esempio alla pesca a strascico, ma un’intensa pressione non solo può avere effetti selettivi su alcune specie (è il
caso, secondo il rapporto citato delle Bocche di Bonifacio, della cernia e della corvina) ma può anche indurre alterazioni comportamentali della fauna ittica che danneggiano attività turistiche come quelle praticate dai centri d’immersione (che, a loro volta, possono causare danni se il comportamento dei sub non è attento e rispettoso della fauna e della flora marina).
La cernia e la corvina (sopra, rispettivamente a sinistra e a destra) sono due specie sensibili al prelievo della pesca
non professionale. Nel sud della Corsica, cernie di oltre 80 cm si trovano solo nelle zone in cui questa pesca è vietata.
Nelle stesse zone, in 20 anni, la biomassa delle corvine è aumentata del 3.800% (38 volte). Ancora una volta, saranno gli obiettivi dell’AMP a definire il livello ottimale, e le modalità, con cui è possibile consentire queste attività.

Zonazione e criteri di tutela La zonazione di un’AMP, le misura di tutela da varare (e far rispettare!) in tali zone, le iniziative di
promozione e sviluppo da attuare dipendono (dovrebbero dipendere) dagli obiettivi dell’AMP.
Nelle sezioni precedenti, anche sulla base di quanto affermato nella “Proposta” abbiamo individuato due temi forti (non di certo gli unici) che possono essere riassunti come:
– garantire la sostenibilità del turismo (a Portoferraio, ma ovviamente anche all’Elba e nell’Arcipelago Toscano) puntando sulla qualità piuttosto che sulla quantità;
– garantire lo sviluppo (in termini di reddito e di occupazione) della pesca locale mediante misure che incrementino la resa economica di questa attività. Una prima riflessione è su cosa è utile si faccia e cosa è utile che non si faccia nelle aree marine protette. E i risultati delle elaborazioni teoriche che derivano dalla casistica presente in letteratura sono molto chiari: quelle che funzionano meglio sono aree “no take/no dump”. Cosa vuol dire? Si tratta di aree, che in italiano possiamo chiamare come “riserve marine” in cui non è permesso né il prelievo (tranne limitate eccezioni per alcuni tipi di pesca) né l’immissione di sostanze pericolose.
Si badi bene che questa formula NON vieta l’accesso all’area: un’area “no entry” si giustifica caso per caso (ad esempio, per la presenza di flora fragile o di siti di riproduzione di una specie a rischio)
e all’Elba, da quanto noto, non esistono situazioni del genere (che invece si propongono in aree come Pianosa ed altre isole minori dell’Arcipelago). Peraltro, in alcuni casi (noti in letteratura) le
limitazioni all’accesso possono essere di natura stagionale (come nel caso di siti di riproduzione).
Greenpeace ha già affermato pubblicamente che l’attuale normativa sulle zone A delle AMP è inconcludente, controproducente e scientificamente infondata. Occorrono più aree no take/no dump e all’Elba c’è un ottimo esempio, e di successo: lo Scoglietto di Portoferraio.
Lo Scoglietto, un’area per la cui tutela si sono impegnati Greenpeace, il Comune di Portoferraio ed altri soggetti locali dimostra peraltro anche i limiti di queste aree:
a) libertà d’accesso non vuol dire accesso “in ogni modo possibile”: il problema degli ancoraggi (che speriamo di risolvere insieme) indica che, in generale, è doveroso gestire comunque gli accessi a queste aree, con modalità che variano caso per caso;
b) la zona di tutela biologico dello Scoglietto è particolarmente ricca di pesce, ma funziona solo relativamente da “centro di ripopolamento” per la fascia costiera circostante. Perché, semplicemente, è troppo piccola.
A tale proposito, relativamente agli effetti delle riserve marine sul ripopolamento ittico, si riporta ancora un paragrafo del citato rapporto sulle Bocche di Bonifacio (nostra traduzione): “Una ventina
d’anni di gestione delle zone litorali marine permettono dunque di ristabilire, almeno parzialmente, una situzione deteriorata. Le esportazioni di larve [n.d.t.: movimento di larve dalle riserve alle aree in cui la pesca è permessa] ci mostrano bene l’importanza della complementarietà di una rete di riserve marine in una data area geografica”.
In altre parole, è chiaro che solo una rete di riserve marine può essere utile a ripristinare la struttura e la funzione di ecosistemi impattati da decenni di usi non sempre razionali e sostenibili.
Ovviamente, al di fuori di tali riserve si impone una gestione sostenibile delle attività umane che impattano sugli habitat marini, ma una rete di riserve è uno dei cardini necessari alla ripresa della
funzionalità, e della produttività, dei nostri mari.

Ma, cosa – e quanto – proteggere? La scelta delle aree da tutelare dipende dalla presenza di punti particolarmente “critici” e all’Elba, ad esempio, si potrebbe dare la precedenza alle praterie di fanerogame marine e ai popolamenti di fondi duri di pre-coralligeno e coralligeno: in tal senso lo
Scoglietto è una scelta azzeccata. Ma… quanto proteggere?
I dati ci dicono che per tutelare la biodiversità dovremmo proteggere c.a. il 70% della sua superficie di una data area: è a questo valore che si arriva ad un “appiattimento della curva”
(tecnicamente: asintoto). Quest’azione è necessaria per habitat importanti o fragili.
Tuttavia, il nostro secondo obiettivo, quello dello sviluppo di una pesca artigianale a basso impatto, contrasta con una scelta così ampia (che deve essere applicata ad habitat critici). Proteggendo il 70% di un habitat ci si allontana dal valore ottimale di “estrazione delle risorse” che si colloca intorno al 40% della superficie dell’area. E’ sulla base di tali ricerche che una commissione governativa inglese2 ha suggerito di stabilire aree da cui il prelievo è escluso nel del 30% del mare amministrato dal Regno Unito.
I dati parlano chiaro: per la pesca, proteggere solo il 10% di un habitat ha lo stesso (scarso) effetto che proteggerne quasi il 90%, ovviamente con ben diversi effetti sulla diversità biologica! E’ nel pieno interesse degli operatori della pesca (di tutta la pesca: professionale e non) definire aree chiuse alla pesca stessa che coprano un’estensione che a livelli ottimali si situa tra il 30 e il 40%.
E’ opinione di Greenpeace che all’Elba è necessario estendere la formula di tutela sperimentata con successo con lo Scoglietto di Portoferraio, con una copertura di almeno il 30 % della fascia costiera.
Infine, una nota sulla situazione dell’Isola di Montecristo, amministrata dal Comune di Portoferraio.
Greenpeace ha avuto modo di effettuare un sopralluogo a Montecristo: il nostro rapporto è su internet all’indirizzo www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/montecristo. Abbiamo verificato non solo che ci sono probabilmente problemi di controllo per un’area così remota, ma
anche che l’assenza di piani di gestione (l’isola è protetta dagli anni Settanta!) sta portando ad una situazione critica: l’introduzione di specie aliene (ungulati e varietà arboree) ha causato un dissesto idrogeologico che sommandosi agli effetti del cambiamento climatico (precipitazioni più sporadiche ma più violente) causa eventi franosi che hanno un impatto evidente anche sui fondali dell’isola: abbiamo trovato aree degradate, metri di sedimenti e tronchi d’albero a 70 m di profondità. Per ricordare che la tutela del mare comincia a terra.
2 Royal Commission on Environmental Pollution. 2004. Turning the Tide: Addressing the Impact of Fisheries on the
Marine Environment. 25th Report, december 2004.

Conclusione
In questo commento, Greenpeace propone una serie di obiettivi espliciti alle finalità dell’AMP.
La definizione di obiettivi permette di valutare periodicamente le azioni intraprese e, se è il caso, di intervenire per correggerle. Questo processo adattativo, che deve essere partecipato e trasparente,
supportato da un’adeguata valutazione scientifica, è una garanzia necessaria al successo di un’area protetta. In ogni momento, i gestori e tutta la comunità, hanno il diritto ed il dovere di sapere dove
stanno andando e a che punto sono. In questo percorso, Greenpeace spera di poter essere utile quale supporto alla difesa del mare dell’Elba. Infine, Greenpeace ricorda che l’Elba, con il suo mare, è necessariamente calata in un contesto (il complesso Mar Ligure-Alto Tirreno e, in scala più ampia, il Mediterraneo) ove notoriamente agiscono fattori in scala più ampia che quella locale.
Alcuni problemi, come il cambiamento climatico, non possono che essere affrontati in scala globale. Tuttavia, come ha affermato anche la recente Seconda Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici (Roma, 12/13 settembre 2007) le risposte degli ecosistemi allo stress del
cambiamento climatico dipendono anche e soprattutto dalla condizione degli ecosistemi medesimi.
Un mare in salute resiste meglio di uno impattato a stress come l’aumento delle temperature, il cambiamento delle correnti, l’introduzione di specie aliene (o esotiche).
Queste minacce sono presenti anche all’Elba, dove tra l’altro è ormai comune l’alga di origine tropicale Caulerpa racemosa. E’ verosimile (e dimostrato, in alcuni casi) che queste specie possono approfittaredelle smagliature nella struttura degli ecosistemi in condizioni precarie per insediarsi in habitat in cui sono assenti i necessarimeccanismi di controllo biologico, con effetti a volte gravi.
La difesa del mare dell’Elba deve quindi essere coerente, sia a livello locale (dove è possibile intervenire anche su questioni globali, ad esempio sulla diminuzione delle emissioni di CO2), sia su scala regionale e, ovviamente nazionale ed internazionale. In questo senso, si ricorda all’Amministrazione e ai Cittadini di Portoferraio, dell’Elba e dell’Arcipelago, che il mare che circonda le isole è inserito nel contesto del Santuario dei Cetacei. Il Santuario doveva essere un’area vasta su cui avviare azioni innovative di difesa del mare ma è, al momento, purtroppo solo una scatola vuota che al massimo, per qualche tempo, è servita da specchietto per attirare turisti.
Addirittura, nel Santuario (che il Ministero equipara ad un’Area Marina Protetta) si intende impiantare la prima Area Marina Industriale off-shore d’Italia: il rigassificatore di Livorno. Sul Santuario, e sulle isole dell’Arcipelago, insistono ancora minacce, come le ricorrenti chiazze oleose, su cui il Santuario avrebbe potuto intervenire. Niente è stato fatto. Greenpeace ha anche chiesto al
Ministero dell’Ambiente garanzie sulla movimentazione di fanghi da Bagnoli a Piombino: senza risposta, ad oggi. Crediamo che i cittadini e gli amministratori di Portoferraio, dell’Elba e dell’Arcipelago Toscano dovrebbero chiedere ed ottenere coerenza nelle azioni di tutela che Stato e Regione intendono avviare a tutela del Mare dell’Arcipelago.