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“NOSTRO PADRE NON HA POTUTO MORIRE QUI ALL’ELBA”

DUE VOLTE TRISTE LA STORIA DI CARLO DEIANA: SI E' AMMALATO DI UN TERRIBILE MORBO, MA DOPO PIU' DI DUE MESI NON E' STATO POSSIBILE IL TRASFERIMENTO A PORTOFERRAIO. I FIGLI: "VOGLIAMO SOLO CHE SI SAPPIA"

"NOSTRO PADRE NON HA POTUTO MORIRE QUI ALL'ELBA"

(8 aprile). CAPOLIVERI- Una storia due volte triste, quella di Carlo Deiana. Sessant’anni, da trentacinque a Capoliveri, dove si è costruito la casa – nelle campagne sopra Naregno – e la famiglia, con la moglie Paola e i figli, Barbara di 26 anni, e Salvatore di 25.
Un uomo tranquillo, col suo lavoro e le sue passioni. Una su tutte, la caccia. Carlo era a caccia la mattina del 6 gennaio scorso, ma tornò a casa prima del tempo. “Non mi sento bene”, disse alla moglie. Da quel giorno, problemi alla deambulazione, mancanza di equilibrio, vuoti di memoria, vista appannata. La diagnosi fu terribile: il morbo: encefalopatia spongiforme, un morbo che trasmette per via alimentare: ci si ammala mangiando parti o interiora di animali infetti. L’incubazione della malattia nell’uomo è di una decina di anni, secondo alcuni addirittura di 20 o 30. Una su 4.402.985, secondo i testi scientifici, le probabilità di ammalarsi. Pochissimi i casi acclarati in Italia, il primo – una ragazza di Palermo – nel febbraio del 2002. Non un virus dunque, niente di contagioso: ma un prione, una proteina impazzita: non si conosce il modo di fermarla. Segnato l’esito: le alterazioni del tessuto cerebrale portano alla demenza, a manifestazioni depressive e schizofreniche. In breve tempo le cellule nervose si distruggono.
Anche per Carlo Deiana – era il 2 marzo – restava ben poco da fare: due settimane di vita la sentenza dei medici del reparto fiorentino. Per i familiari, tutti al suo fianco e già provati dalle circostanze, la speranza di potersi riavvicinare a casa in attesa del peggio. Ed è qui che comincia un’altra triste odissea.
“Da più di un mese – raccontano i figli – eravamo in una stanza d’ospedale, lontani da casa e da chi, amici o parenti, potesse darci una mano, conforto o assistenza. Abbiamo chiesto il trasferimento di nostro padre a Portoferraio. All’inizio è stato fatto tutto tramite reparto. Il reparto di Medicina di urgenza di Careggi ha contattato quello di Medicina di Portoferraio”.
I contatti fra gli ospedali di Firenze e di Portoferraio sono cordiali e collaborativi, come confermano il dottor Alberto Camaiti dell’ospedale fiorentino, e il dottor Vecce per quello elbano. Ma sembra mancare il posto nel reparto di Medicina. La famiglia Deiana si rivolge al Tribunale per i Diritti del Malato di Portoferraio. Il responsabile, Viliano Rossi, ricorda: “Abbiamo cercato subito il primario, che ci ha detto di avere quattro pazienti in attesa fuori dal reparto, e altre in Chirurgia e Ortopedia. Abbiamo cercato una soluzione diversa, per accontentare la volontà del paziente, ma non è stato possibile”.
Continuano i contatti fra i due ospedali: la casistica è particolare, l’esito della malattia deve essere comunicato all’Istituto Superiore di Sanità. Nel reparto di Medicina la situazione non si sblocca. La famiglia cerca di stringere i tempi. Intanto la degenza di Carlo è iniziata da 59 giorni. “Ci avevano detto addirittura di assisterlo a casa, ma per le condizioni in cui era non lo consentivano: quattro flebo attaccate, gli alimenti, il sedativo, e negli ultimi giorni addirittura la morfina”.
Il 21 marzo arriva finalmente la disponibilità per il trasferimento a Portoferraio, ma proprio la notte precedente una crisi respiratoria pone fine alle sofferenze di Carlo Deiana.
La famiglia prima si chiude nel suo doloroso silenzio. Poi decide di parlare, per evidenziare soprattutto un problema – quello dell’assistenza ai malati terminali – che ancora oggi non trova soluzione: “Non ci capacitiamo – dice la figlia – di come ciò sia possibile, un elbano avrebbe diritto di essere curato ed assistito dall’ospedale di casa sua. Per nostro padre – riconosce Barbara – c’era poco da fare. Avremmo voluto essere qui a Portoferraio. Avremmo voluto che morisse a casa sua”. “Non vogliamo accusare nessuno – conclude Salvatore – vogliamo solo denunciare l’accaduto e portare a conoscenza dei cittadini e dei malati – perché questi purtroppo ci sono sempre – quello che avviene negli ospedali”.

Fabio Cecchi