Quantcast
LA REDAZIONE
Scrivici
PUBBLICITÀ
Richiedi contatto

PAURA E OMERTA’, COSI OPERAVA IL CLAN MARANDINO

PER IL TRIBUNALE L'ORGANIZZAZIONE SFRUTTAVA IL TIMORE DERIVANTE DAL VINCOLO MAFIOSO, E CONSEGUENZA DELLA SUA "FAMA CRIMINALE"

PAURA E OMERTA', COSI OPERAVA IL CLAN MARANDINO

Dopo tre mesi di custodia cautelare è stato scarcerato (per essere sottoposto agli arresti domiciliari) Claudio Brandolini, 45 anni, arrestato lo scorso 4 ottobre nell’ambito dell’operazione Marata, che portò all’arresto di sette persone, fra cui il boss Giovanni Marandino. Salernitano, 69 anni, già affiliato al clan di Raffaele Cutolo, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua detenzione a Porto Azzurro, Marandino aveva lasciato il carcere ma non l’Elba. Attraverso dei prestanome, il boss gestiva all’isola tre concessionarie d’auto, intorno alle quali ruotava un’avviatissima attività di prestiti di denaro a tassi usurai. Un piccolo impero finanziario (8 milioni i beni poi sequestrati) alimentato da attività illegali legate all’usura e all’estorsione, su cui si sono dirette le indagini coordinate della Direzione Antimafia con la collaborazione dei Finanzieri del Gico e della compagnia elbana, nonché di Carabinieri e Polizia.
I difensori di Marandino, della sua convivente, Ada di Agostino, del figlio Emanuel e di Orlando Cimatti – anch’essi arrestati durante l’operazione – si erano rivolti il 20 ottobre al Tribunale del riesame, per la loro scarcerazione. Il 26 ottobre il Tribunale ha rigettato la richiesta. Secondo i magistrati, infatti, Marandino e il suo “clan”, hanno costituito sull’isola una piccola ma potente organizzazione che sfruttava “il timore derivante dal vincolo mafioso”, creando uno stato di sottomissione come “conseguenza di una fama criminale, e quindi anche una forma di diffusa omertà”. In definitiva, il Tribunale distrettuale del riesame di Firenze ha concluso che a Portoferraio è stato “concretamente speso il metodo di intimidazione mafioso, volto ad assoggettamento ed omertà”.
Diverse le posizioni individuali degli arrestati. Per la Di Agostino, emerge un ruolo attivo, consapevole e primario nell’attività illecita. Secondo il Tribunale era lei che emetteva e cambiava assegni, teneva i contatti con le vittime, rimbrottava il marito se applicava tassi troppo bassi. Insomma un profilo di totale adesione a forte supporto dell’attività criminosa del compagno.
Per il figlio Emanuel, il fatto di essere l’amministratore di una delle concessionarie, non è un fatto di poco conto. È proprio intorno a quest’attività infatti che ruotava il vorticoso giro d’usura che finiva per stritolare i malcapitati. Emanuel Marandino risulta inoltre essere presente ad alcuni degli episodi di intimidazione mafiosa operata dal padre, in particolare presso uno studio notarile di Perugia dove Marandino minacciò e percosse un usurato che dovette cedere la sua villa intestandola all’autosalone del figlio.
Per Orlando Cimatti risulta (anche da intercettazioni telefoniche) che partecipasse all’associazione, sposandone le metodiche intimidatrici per perseguirne gli scopi illeciti, Cimatti era anche intestatario di alcuni conti correnti adoperati nel rapporto usuraio e prendeva la sua fetta di guadagno.
Claudio Brandolini era invece definito come l’uomo di fiducia del “boss”, che prima di entrare in carcere per scontare una condanna, gli aveva “affidato” il figlio Emanuel, allora tredicenne affinché “curandolo come un figlio,” gli facesse fare pratica nella gestione della concessionaria. Il 7 ottobre, per motivi di salute, era stato scarcerato Pasquale Siciliani.
Scarcerato anche Ramon Allegretti, risultato estraneo alla vicenda, ma arrestao due mesi fa a Cassino con l’accusa di furto pluriaggravato e rimozioni di sigilli, per aver preso una delle auto sequestrate nel concessionario di Marandino.
Coinvolto maggiormente nel vicenda risulta suo padre Giancarlo, uno degli indagati non sottoposti a misure restrittive.