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I° MAGGIO, FESTA DEL LAVORO - Tirreno Elba News
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I° MAGGIO, FESTA DEL LAVORO

GIUSEPPE COLUCCIA: RIFLESSIONI SULLA FESTA DEI LAVORATORI “IL CONTESTO STORICO È CAMBIATO MA LA FESTA DEI LAVORATORI MANTIENE LA SUA VALENZA STORICA NEL LAVORO SI REALIZZA LA COESIONE SOCIALE DEL PAESE, L’INTEGRAZIONE DELLE PERSONE NELLA COMUNITÀ NAZIONALE E SI FONDA LA CITTADINANZA, CIOÈ IL SENTIRSI APPARTENENTE AD UN’UNITÀ SOCIALE E MORALE, ETICA. CON IL LAVORO, CIOÈ CON IL LAVORARE, CIASCUNA PERSONA È MESSA, O DOVREBBE ESSERE MESSA, NELLE CONDIZIONI DI POTER REALIZZARE UN’ESISTENZA ESPRESSIVA E CONCRETA PER IL PROPRIO PROGETTO DI VITA E PER LA SOCIETÀ”

Sarà senz’altro una festa, nel senso ricreativo, di folclore, anche ludico, che tradizionalmente porta con se il termine festa; sarà occasione per scampagnate, per spiaggiate; per mangiate in compagnia, per celebrazioni ufficiali e non; per raduni, per ricordare, per domandare sull’oggi e sul domani. Ci chiediamo in ogni modo oltre che della festa, della quale godremo tutti, anche del festeggiato: il lavoro. Il lavoro inteso non solo come attività umana, pur faticosa ed alienata del mondo d’oggi, ma anche del soggetto che lo svolge: il lavoratore. Ci chiederemo se il festeggiato è oggi ancora riconoscibile, e dove e come.
La nostra è una Repubblica fondata sul lavoro (art.1 cost.): diamo cioè al lavoro un “valore d’uso” fondante della nostra società, della convivenza civile e della pienezza della nostra democrazia. Nel lavoro si realizza la coesione sociale del Paese, l’integrazione delle persone nella comunità nazionale e si fonda la cittadinanza, cioè il sentirsi appartenente ad un’unità sociale e morale, etica. Con il lavoro, cioè con il lavorare, ciascuna persona è messa, o dovrebbe essere messa, nelle condizioni di poter realizzare un’esistenza espressiva e concreta per il proprio progetto di vita e per la società. Quello che è stato definito lo Stato sociale, presente nella nostra Costituzione come modello di riferimento, lo Stato cioè che è organizzato per realizzare le condizioni materiali e sociali per l’esistenza in benessere dei propri cittadini lavoratori, è senz’altro il prodotto storico più importante delle lotte per l’emancipazione e liberazione del lavoro e dei lavoratori. La stabilità e l’estensione massima a tutti, uomini e donne, del lavoro; la tutela dei diritti, del e sul lavoro, sono gli altri aspetti fondamentali di queste lotte. L’associazionismo sindacale e politico, culturale e ricreativo, è sempre stato lo strumento nel mondo del lavoro, per aggregare e per far esprimere una soggettività, non tanto di classe, ma umana e portatrice di valori universali: la solidarietà, la giustizia, la libertà, che potessero orientare in generale lo sviluppo ed il progresso della società. Se quindi qualcuno oggi si chiede se ha ancora senso festeggiare il lavoro io rispondo si: nel senso appunto che questo percorso non ha esaurito la sua funzione storica. Mantiene tuttora forza propulsiva. Semmai dobbiamo fare i conti con il contesto storico che è senz’altro cambiato. Con cambiamenti che sembrano contraddire o far arretrare ciò che fino ad ieri sembrava consolidato. La globalizzazione dell’economia ha creato nuove divisioni tra i lavoratori, nel mercato globale: tra coloro che godono di tutele e coloro che non ne hanno, tra chi ancora vive nella condizione di uno sfruttamento “primitivo”: i bambini e le donne in certi paesi in via di sviluppo e chi invece lavora con pieno riconoscimento dei propri diritti. Ma anche nelle società avanzate, quelle più progredite e civili, si sono prodotte nuove contraddizioni sociali. I nostri giovani stanno provando sulla propria pelle cosa sia la mancanza, la frammentarietà e la precarietà del lavoro, talvolta con poche tutele, che poi si trasforma in precarietà ed insicurezza per il futuro, rinuncia ad un progetto di vita stabile; gli immigrati extracomunitari e dai paesi dell’est, che oggi rappresentano sempre più una realtà sociale e culturale corposa, conoscono “un’integrazione sociale” basata sulla mancanza di tutela dei propri diritti, sul lavoro nero e scarsamente remunerato. I luoghi per eccellenza del lavoro e della produzione, le grandi fabbriche, ed altri settori produttivi, sembrano messi a dura prova dalla competizione internazionale e più che produrre beni e sviluppo tecnologico, adeguato ai tempi, con incremento dell’occupazione e della qualità, producono cassa integrazione e licenziamenti di massa. Si affacciano aree d’emarginazione sociale. Sono rese inaccessibili quelle che sembravano le nuove e grandi opportunità di miglioramento per tutti delle proprie condizioni di vita, date dall’intenso sviluppo delle attuali società umane, vecchie e nuove. Siccome non credo che tutto ciò sia dovuto ad un destino cinico e baro, penso che esso sia il frutto di quella mala pianta che non ha mai cessato di crescere nel mondo e che sceglie gli habitat naturali più congeniali ai propri cattivi germogli, che ritiene che il lavoro, il lavoratore non sia altro che una qualsiasi merce, tra le tante presenti sul mercato e che come tale viene acquistata, usata ed anche gettata, secondo le convenienze e determinati interessi particolari, che niente hanno a che fare con i bisogni ed i diritti umani. Ecco perché credo riacquisti valore celebrare il 1° maggio come festa del lavoro: esso riacquista quel significato originario, pur elementare, ma di fondamentale verità: quello di un Riconoscimento dell’esistenza e della dignità del lavoro e dei lavoratori o potenzialmente tali, quelli d’oggi, in carne ed ossa, concittadini e stranieri, come valori e soggetti ai quali ancora oggi affidiamo la forza ed il peso etico per la costruzione di una società più giusta e più libera.
Giuseppe Coluccia