| NUOVI TAGLI, MA UN PARCO COSI' E' SOSTENIBILE? |
| NATO FRA LE CONTESTAZIONI, HA DELUSO ANCHE LE ASPETTATIVE DI MOLTI FAVOREVOLI, E LA SFORBICIATA ALLA FINANZA PUBBLICA RIDUCE ANCORA LA SUA CAPACITA' DI INCIDERE. PER MOLTI SEMBRA GIUNTO IL MOMENTO DI CHIEDERSI SE CI SONO LE CONDIZIONI PERCHE' IL PNAT VADA AVANTI |
Parco Nazionale dell’Arcipelago a rischio chiusura? L’allarme c'è dopo l’annuncio dei tagli del 50% delle risorse dei parchi - tagli previsti dalla finanziaria, che, secondo la Federparchi (a cui fanno capo 23 enti nazionali e 130 regionali) potrebbero far chiudere la metà degli enti.
La preoccupazione è confermata dal direttore dell’ente Franca Zanichelli, che ha ipotizzato ulteriori ticket per le viste dell’arcipelago come unica possibilità di introiti per la sopravvivenza dell’ente. Ma è facile veder come non siano molti a fare il tifo per il nostro Parco che, nei suoi 14 anni di vita non ha inciso come avrebbe dovuto.
Il Pnat, sorto tra un diffuso dissenso, negli anni non ha saputo interloquire con la comunità elbana creando una relazione tra tutela ambientale e uso sostenibile del territorio. Così non è stato con la prima presidenza, che ha dovuto far digerire l’istituzione dell’ente agli elbani, né con i conseguenti commissari, per ovvie ragioni amministrative, né ora con l’ultimo presidente che ha preferito dissertare sulle questioni ambientali dell'arcipelago che cercare un'intesa con la popolazione. "Il primo legame deve essere tra la gente e la sua terra” ha affermato qualche giorno fa l’imprenditore Marco Mantovani. L’amore per la natura è la base su cui costruire tutto, ma secondo Mantovani su questo aspetto il Parco non ha aiutato, facendo rimpiangere i tempi in cui la gente puliva da sola i sentieri. E oggi - si dice ancora - di fatto impedisce la pulizia persino a chi è proprietario di un terreno in area protetta. Un organismo, quindi che da gran parte del territorio, a tutti i livelli, viene vissuto solo come un vincolo, lontanissimo dalle antiche tradizioni di fruizione, tutela e gestione della natura.
E ora che le risorse saranno sempre meno - così come le possibilità di attivare servizi sul territorio - ora che succede? Che fine fanno tutte le buone intenzioni a terra e a mare - le sole cose rimaste? Negli anni la situazione non si è mai stabilizzata e radicata e ora arrivano i pesanti tagli ai finanziamenti stabiliti dal governo. Si deve fare i conti con questioni mai definite, come l’istituzione delle aree marine protette di cui si parla da anni ma su cui il territorio non riesce a trovare un accordo. Come il Santuario dei Cetacei che ad oggi, per la parte italiana, si trova senza segretariato, l’organo esecutivo che aveva base a Genova, e quindi senza nessuna possibilità di controllo sul rispetto delle norme. In pratica non esiste più. Rimane una tutela a terra, anche se non sufficiente a garantire misure di protezione che si articolano e sviluppano solo dentro i propri confini. E, in ogni caso, l’azione del parco sembra essersi fermata all’idea di una missione quasi esclusiva di “guardia del corpo” del territorio, di “Vigile” del rispetto dei vincoli e delle norme. Un po’ poco rispetto alla sua missione iniziale. Adesso che le possibilità di incidere saranno ancora inferiori, come le risorse a disposizione, ci si chiede se un Parco così sia ancora sostenibile per le popolazioni dell'arcipelago. E se lo chiedono in tutti gli schieramenti. "Se si è lavorato per istituire il parco - ha scritto due anni fa Giovanni Frangioni - e conseguentemente ci si dovevano attendere iniziative e impegni dai governi nazionali, che invece sono venuti meno, allora un territorio è 'legittimato' a dire allo Stato: o fai la tua parte o fai in modo che un territorio ci possa rinunciare". |
mercoledì 28 luglio 2010 - 01.53
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