World Trade Center, vent'anni dopo

Scritto da Jacopo Bononi - Presidente Premio Letterario La Tore Isola d'Elba

Attualità

Le Torri Gemelle prima dell'attentato

Ognuno di noi ricorda solo frammenti della propria vita. Siamo convinti di avere un ricordo continuo di essa, ma non è così. La caduta delle Torri Gemelle di New York, per ognuno di noi, è un momento preciso. La concitazione della vicenda ha reso per tutti difficile comprendere ciò che col passare dei giorni, dei mesi e degli anni è divenuto per tutti chiarissimo: quello fu un episodio epocale per tutto il secolo entrante e non solo. Se si dovesse interpretare quella vicenda solo attraverso gli elementi forniti dalla cronaca e dalla storia il giudizio su quell’evento sarebbe sì tragico, ma non così devastante come è rimasto nella coscienza di ognuno di noi. L’incredulità e lo stupore hanno lasciato spazio alla disperazione e poi alla rabbia. Da allora nessuno si è più sentito al sicuro e quella tragedia così lontana da noi fisicamente ha penetrato la nostra anima lasciandovi una traccia indelebile. Il fumo e le fiamme che divampavano dalla prima Torre colpita hanno anticipato l’inaudita violenza della seconda Torre che veniva centrata in pieno dal secondo aereo. I pochi dubbi che fosse stato un incidente furono subito fugati. Le dirette televisive mondiali si susseguirono incessanti per ore e poi per giorni. Filmarono in diretta tv la caduta dei due giganti di cemento e acciaio che alzavano a oltre quattrocento metri di altezza quel sogno americano che per la nostra generazione e per almeno due di quelle precedenti aveva rappresentato un riferimento, nel bene e nel male. Lo schianto dell’ammasso informe, col tremendo alzarsi al cielo di una valanga di polvere e detriti, segnava uno spartiacque inevitabile tra un prima e un dopo. Quei corpi che pochi minuti prima volavano giù dalle Torri pericolanti nell’estremo tentativo di sfuggire all’inferno in cielo hanno sferzato per decenni anche gli animi più forti e resistenti. Oriana Fallaci ne fa una pagina indimenticabile ne’ la Rabbia e l’orgoglio (Rizzoli, 2001): (…) Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull’obiettivo, si getta sull’obiettivo. Sicché ho capito. (...) Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’aria. Sì, sembravano nuotare nell’aria. E non arrivavano mai. Verso i trentesimi piani, però, acceleravano. Si mettevano a gesticolar disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help. E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a sasso e paf! (…) In quel ‘paf’ di una grande scrittrice e giornalista quale fu la Fallaci esplode un senso infinito di abbandono e si dimentica per un istante l’epica tragicità dei fatti affidandosi, come fa, ad una onomatopeica espressione volutamente riduttiva. Cogliere le conseguenze culturali e socio-politiche della vicenda appare ancora più arduo. Nulla fu più come prima in tutto il pianeta e anche gli avversari storici della Cultura Americana da allora hanno dovuto fare i conti con quella tragedia. Del resto chi nella nostra dimensione più nazionale aveva da sempre avuto uno spirito critico verso certi modelli di sviluppo della società capitalistica negli Usa e verso alcune pagine poco chiare e non certo specchiate delle vicende americane interne e internazionali, dopo quella giornata dovette rivedere alcuni suoi parametri di giudizio, se non altro in onore delle oltre duemila vittime innocenti di quella follia. Chi fu sempre unico e irripetibile nei giudizi e nelle valutazioni fu il nostro poeta e scrittore più scomodo del Novecento e per tanti fatti e vicende tragiche dopo la sua scomparsa a tutti noi sarebbe piaciuto di certo avere un suo giudizio, sferzante e privo di retorica come solo lui sapeva dare: anche su questa immane tragedia il suo parere sarebbe stato ‘tranchant’. In questo senso ricordiamo l’inedita intervista in versi del 1966, dettata proprio per un ipotetico giornalista newyorkese nel 1966 da Pasolini, che proprio in quell’anno fece il primo suo viaggio negli USA:

    [...] io vorrei soltanto vivere
    pur essendo poeta
    perché la vita si esprime anche solo con se stessa.
    Vorrei esprimermi con gli esempi.
    Gettare il mio corpo nella lotta.
    Ma se le azioni della vita sono espressive,
    anche l’espressione è azione.
    Non questa mia espressione di poeta rinunciatario,
    che dice solo cose,
    e usa la lingua come te, povero diretto strumento;
    ma l’espressione staccata dalle cose,
    i segni fatti musica,
    la poesia cantata e oscura,
    che non esprime nulla se non se stessa,
    per una barbara e squisita idea ch’essa sia misterioso suono
    nei segni orali di una lingua.
    Io ho abbandonato ai miei coetanei e anche ai più giovani
    tale barbara e squisita illusione: e ti parlo brutalmente.
    E, poiché non posso tornare indietro,
    e fingermi un ragazzo barbaro,
    che crede la sua lingua l’unica lingua del mondo,
    e nelle sue sillabe sente misteri di musica
    che solo i suoi connazionali, simili a lui per carattere
    e letteraria follia, possono sentire
    - in quanto poeta sarò poeta di cose.
    Le azioni della vita saranno solo comunicate,
    e saranno esse, la poesia,
    poiché, ti ripeto, non c’è altra poesia che l’azione reale
    (tu tremi solo quando la ritrovi
    nei versi, o nelle pagine di prosa,
    quando la loro evocazione è perfetta).
    Non farò questo con gioia.
    Avrò sempre il rimpianto di quella poesia
    che è azione essa stessa, nel suo distacco dalle cose,
    nella sua musica che non esprime nulla
    se non la propria arida e sublime passione per se stessa.
    Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti,
    che io vorrei essere scrittore di musica,
    vivere con degli strumenti
    dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare,
    nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto
    sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta
    innocenza di querce, colli, acque e botri,
    e lì comporre musica,
    l’unica azione espressiva
    forse alta, e indefinibile come le azioni della realtà.

    (Da Poeta delle ceneri, 1966-67)

Che sia stato un monito e che sia stato uno dei fatti più tragici della storia dell’Umanità non sarà la storia a deciderlo o a sancirlo: la nostra coscienza di uomini liberi e di sostenitori della nostra civiltà può da sola bastare.

Jacopo Bononi-presidente

Indietro sabato 11 settembre 2021 @ 09:44 © Riproduzione riservata