Condanna poliziotti penitenziari San Gimignano: processo mediatico, sotto pressioni politiche, che farà giurisprudenza

Scritto da Alessandro Pugi

Carcere

Apprendo adesso la notizia delle dieci condanne comminate agli agenti della Polizia Penitenziaria di San Gimignano, dei quali, in gran parte, conosco la professionalità.
 Riconosciuto agli imputati il reato di tortura, che, per la prima volta in Italia, è stato ricondotto a reato autonomo e non come aggravante.

PROCESSO MEDIATICO CHE FARÀ GIURISPRUDENZA
Un processo mediatico che farà giurisprudenza e questo costringe a una domanda: sarebbe stata la stessa condanna se non ci fosse stata dietro tutta la trafila delle pressioni politiche, delle associazioni di volontariato, dei media?
Io non credo.

Eventi critici all’ordine del giorno
Per chi vive l’istituto penitenziario in prima linea quello che è successo a Ranza è all’ordine del giorno. Presentarsi a mani nude, senza armi, ne teaser, ne manganelli, per far uscire di cella un detenuto spesso “strafatto” dagli psicofarmaci, che in una mano brandisce un pezzo di sgabello rotto o una bomboletta del gas da usare come bomba, e nell’altra una lametta per colpire in qualsiasi punto della faccia o del corpo, non è cosa facile e non è cosa da tutti.

Eccesso di zelo che diventa “tortura”
Certo, forse c’è stato un eccesso di zelo nell’adempiere un dovere previsto dall’ordinamento penitenziario, ma da lì a dichiarare il reato di tortura, ce ne passa. E se questa è la Giustizia, con la G maiuscola, allora da domani per i poliziotti penitenziari sarà un altro giorno, ci sarà un altro modo per affrontare la realtà.

COSA SUCCEDERÀ DOMANI
Non mi stupirei che all’avvenire di un evento critico, l’agente di sezione chiamasse l’ispettore di sorveglianza che a sua volta interpellerà il Comandante, che alzerà il telefono chiedendo al Direttore di scendere in sezione per affrontare il detenuto che brandendo la lametta cerca di tagliuzzare il “nemico”, o con l’olio cosparso addosso tenta di darsi fuoco, o ancora tenta d’incendiare la cella o insieme ad altri detenuti dà vita a una rissa gigantesca con spazzolini da denti divenuti pugnali, caffettiere trasformate in oggetti contundenti e bastoni divelti dal mobilio pronti a colpire chiunque gli capiti a tiro. E non mi stupirei di sentire il Direttore chiamare gli psicologi o gli educatori, che, rifiutandosi d’intervenire poiché di non competenza, rimandassero di nuovo la palla all’agente di sezione, colpevole solo d’indossare una divisa e di non essere tutelato da nessuno.

QUESTA È LA REALTÀ DEGLI ISTITUTI PENITENZIARI
Questa è la verità che nessuno racconta, questa è la realtà degli istituti penitenziari, la quotidianità che non viene a galla nei racconti delle persone che lodano i detenuti o che si complimentano per i risultati raggiunti dagli studenti modello. Una battaglia giornaliera affrontata a mani nude, senza difese e da oggi senza tutele giuridiche e ministeriali.

NESSUNO ALZA UN DITO IN DIFESA DEI POLIZIOTTI PENITENZIARI
Nessuno che all’interno dell’Amministrazione Penitenziaria abbia alzato un dito per urlare a gran voce che la realtà di un istituto è un meccanismo complesso dove il nemico non è il poliziotto e nemmeno il detenuto, ma l’ignoranza di non conoscere le modalità con cui questo meccanismo continua a muoversi per far funzionare un mondo ai più sconosciuto, una realtà chiamata “Carcere”.

La mia solidarietà a tutti gli agenti coinvolti.

Alessandro Pugi

Indietro venerdì 19 febbraio 2021 @ 11:23 © Riproduzione riservata