Le tre domande alla scrittrice Maria Gisella Catuogno

L'intervista realizzata da Giovanni Muti

Intervista

1.Ci potrebbe parlare dell’ultimo libro che ha scritto?

Il mio ultimo libro s’intitola Ofelia/Un’elbana alla corte dei Windsor ed è stato edito da Persephone, la piccola ma preziosa casa editrice capoliverese di Angela Galli. Racconta la bella storia di Ofelia Baleni, del Cavo, che per oltre trent’anni (dal 1953 al 1986) è stata la dama di compagnia di Wallis Simpson, la donna per la quale Edoardo VIII, nel 1936, rinunciò alla corona dell’impero britannico. Essendo pluridivorziata e con ex mariti viventi, Wallis era sgradita infatti alla corte inglese e alla chiesa anglicana.

Ofelia, nata nel 1914 in una famiglia di minatori, era una bella ragazza generosa e intraprendente, a cui l’Isola stava stretta; dopo aver gestito in paese una scuola di ricamo per bambine e adolescenti, in tempo di guerra lavorò a Livorno in una fabbrica di divise militari per soldati americani. Qui incontrò casualmente una contessa, moglie del governatore dell’Isola di Jersey, nella Manica, che la portò con sé per sostegno e aiuto. Qualche anno dopo, la “buona signora”, come la chiamava Ofelia, lesse sul Times di Londra un annuncio in cui la duchessa di Windsor, dalla sua villa al Bois de Boulogne a Parigi, dichiarava di aver bisogno di una dama di compagnia e sollecitava chi fosse interessata a inviare fotografia e “curriculum”. Ofelia, sollecitata dalla contessa, rispose, ma senza troppa speranza. Invece, incredibilmente, tra centinaia di candidate, la duchessa scelse proprio lei: forse a convincerla era stata la sua immagine, che rivelava intelligenza e fascino (più di una volta nel corso della sua vita, Ofelia fu scambiata per l’attrice Ingrid Bergman). Fu così che una ragazza elbana, di estrazione sociale modesta, andò a vivere in una dimora bellissima, a contatto con personaggi del jet set internazionale, viaggiando con i duchi da un capo all’altro del mondo, soggiornando in hotel esclusivi e contribuendo alla buona riuscita dei ricevimenti da favola che venivano organizzati allo “chateau”, come veniva chiamata la villa parigina. Senza mai dimenticare il suo ruolo e agendo anzi nei confronti della ricca e viziata Wallis come buona amica e consigliera. Il cuore del romanzo infatti è il confronto tra queste due donne, così diverse per età (la duchessa aveva 18 anni più di lei), status sociale e valori, che il caso si era incaricato di far convivere, e in cui la “dama di compagnia”, con la sua saggezza e dirittura morale, riesce a far progredire in etica e umanità la sua difficile signora. Nella fiabesca cornice dello chateau, Ofelia troverà anche il suo principe azzurro nella figura di Georges Sanegre, maggiordomo di Edoardo. Entrambi nel 1986 furono insigniti dalla regina Elisabetta II di un prestigioso riconoscimento. La vicenda abbraccia dunque un quarantennio (dal 1939 alla fine degli anni ottanta) di vicende personali e storiche rigorosamente ricostruite, con particolare riferimento agli eventi della seconda guerra mondiale all’Isola d’Elba. Il romanzo, uscito a luglio, è alla terza edizione.

2. Quante sono le sue pubblicazioni?

Ho pubblicato una decina di lavori tra raccolte di poesie, racconti e romanzi. Le prime liriche sono state Parole per amore (ed. Libroitaliano), cui sono seguiti un testo memoriale dedicato al mio paese natale, Il mio Cavo tra immagini e memoria (autoedito, Nidiaci tipografia) e Mare, more e colibrì (ed. Liberodiscrivere), un volumetto di versi e brevi racconti. Brezza di mare (Ibiskos-Ulivieri ed.), Fiori di campo (Montedit ed.), Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni (Onirica ed.), sono stati tutti e tre lavori poetici. Poi sono venuti: il racconto lungo Vento nelle vele (Aletti ed.), ispirato al diario di bordo di Georges Simenon, che nel 1934 fece una crociera nel Mediterraneo con la moglie Tigy, a bordo dell’Araldo, goletta a due alberi registrata alla capitaneria di porto di Portoferraio e con equipaggio riese, includendo l’Elba come tappa più lunga; il romanzo Passioni (ed. Il Foglio Letterario), dedicato alla vita straordinaria di Cristina Trivulzio di Belgioioso, eroina del risorgimento, finissima intellettuale, riformatrice sociale, animatrice culturale, giornalista e fondatrice di giornali; il romanzo D’amore e d’acqua (Il Foglio Letterario ed.), che sviluppa la traccia del precedente Vento nelle vele allargandolo a tutti i viaggi per mare, fiumi e canali compiuti in gioventù dalla coppia Simenon e ricostruendo la loro turbolenta relazione sentimentale; la raccolta di racconti Ritratti/Profili di ieri e di oggi (ed. Helicon), che ricostruisce nove biografie storiche e contemporane, ed infine Ofelia. Mi preme aggiungere che ho inoltre partecipato a esperienze di scrittura collettiva, molto coinvolgenti sul piano umano e culturale: Il volo dello struffello (Liberodiscrivere ed.), testo a più mani sulla poesia e sulla fantasia; Malta Femmina (Zona ed.) scritto da 15 donne di tutta Italia, tra cui l’amica Alessandra Palombo, sulle tematiche femminili, e In territorio nemico (minimum fax ed.) romanzo storico sulla resistenza.

3. Ci potrebbe dire se fra queste ce n’è una che Le sta particolarmente a cuore e perché?

Chiedere a chi scrive quale libro preferisce è come chiedere a una mamma a chi va la preferenza tra i suoi figli, perché in fondo anche i libri sono creature, parti della sua ricerca e della sua fantasia. Quindi è affezionata a tutti, però, se è minimamente obiettiva, sa riconoscere pregi e difetti di ciascuno e ammette che qualcuno è meglio riuscito di qualcun altro o le ha dato più soddisfazione. Posso dire che tra i romanzi sono particolarmente legata a Passioni , non solo perché ha vinto il Premio Casentino nel 2017 per la narrativa, ma perché mi ha dato modo di approfondire la straordinaria vicenda politica, culturale, sociale e umana di una donna ingiustamente poco conosciuta e che già due secoli fa aveva ben chiara la “questione femminile”, profetizzando la durezza del cammino che le donne avrebbero dovuto percorrere sulla strada del riconoscimento della parità di genere. Comunque, adesso le mie cure e la mia attenzione vanno a Ofelia, non solo perché è “l’ultima nata”, ma anche per il valore di documento umano e storico che credo il romanzo possegga, e per l’elbanità della protagonista, che non dimenticò mai la sua Isola e a cui ritornò nell’ultima fase della vita, come il desiderato approdo, dopo tante esperienze esterne, al grembo materno.

Di questo libro la presentazione ed alcune pagine

INTRODUZIOINE

Una bella ragazza che alla vigilia della seconda guerra mondiale, in una piccola isola mediterranea, organizza una scuola di ricamo per le bimbe del suo paese, ma, fra un punto pieno e uno a giorno, confessa i suoi sogni d’evasione e la voglia di girare il mondo; una signora americana molto chiacchierata, sempre elegante e dal fascino androgino, che riempie della sua storia le cronache dei giornali, perché un re, bello e biondo, rinuncia per sposarla alla corona del più grande impero che esista; una villa favolosa, ai margini di un immenso parco, dove i destini di queste due donne, diverse per nazionalità, età, condizione sociale e sensibilità, si incontrano e restano intrecciati per sempre, fino alla morte di una di loro. Sono questi i principali elementi del presente lavoro e al contempo la sua ragion d’essere: fin da bambina avevo infatti sentito raccontare la storia di Ofelia Baleni, nata molti anni prima nel mio stesso paese, che, nel dopoguerra, aveva attraversato il mare e dopo un paio di soggiorni altrove, era diventata negli anni cinquanta la dama di compagnia della duchessa di Windsor, a Parigi, restandole accanto per oltre trent’anni. La storia era alquanto intrigante e presentava risvolti fiabeschi, sebbene di una fiaba moderna e tormentata: da una parte, un re incline alle debolezze, una borghese ricca e spregiudicata, un impero sterminato, un folle amore, una dolorosa rinuncia, un esilio dorato, amicizie pericolose, una vita lussuosa in giro per il mondo o in un castello immerso nel verde, infine una struggente parabola esistenziale; dall’altra una giovane donna, di modeste condizioni ma affascinante, tanto da essere scambiata a volte per l’attrice Ingrid Bergman, intelligente e volitiva, a cui sta stretto il perimetro della sua isola, e che sceglie di mettersi in gioco: impara le lingue, attraversa come una gabbianella irrequieta il canale che la divide dalla terraferma, approda prima in una città di mare, poi in un’altra isola, ma della Manica, e infine a Parigi, dai duchi di Windsor, e qui inizia una nuova vita, condividendo con loro permanenze e viaggi, gioie e dolori, tensioni e pacificazioni e offrendo a piene mani quanto spesso difetta in quei signori: buon senso, saggezza, razionalità, generosità, ossia tutto quel che ha appreso dalla sua personale e onesta scuola di vita, e trovando proprio lì, nello chateau, come i suoi ospiti lo chiamano, il suo grande amore.

Il romanzo presenta dunque solide radici storiche, in quanto i personaggi rappresentati sono reali e il contesto in cui agiscono rigorosamente ricostruito: dagli eventi della seconda guerra mondiale, all’Europa della ricostruzione, fino al sessantotto e agli anni ottanta; ma, naturalmente, Ofelia è la mia Ofelia e Wallis è la mia Wallis, nel senso che, pur attingendo, per la prima, a testimonianze – mi preme citare il nipote Roberto Baleni e il bisnipote Fabrizio Baleni – e articoli che la riguardano (in particolare La bella storia di Ofelia Baleni di Luigi Cignoni su Lo Scoglio e Ofelia Baleni: da maestrina di ricamo a dama di compagnia reale in Racconti riesi di Carlo Carletti), e per la seconda ai molti interventi giornalistici di cui è piena la rete e, in particolare, al saggio La duchessa di Caroline Blackwood, come sempre succede quando si scrive un romanzo, quanto letto e appreso dall’autrice o dall’autore è filtrato e interpretato dalla sua sensibilità e personalità.

Particolare cura ho dedicato alla ricostruzione biografiche minori: dall’Abbé Pierre a Marina di Kent, da Grace Kelly alla principessa Mary, da Suzanne Blum a Caroline Blackwood, tanto per citarne alcune; e alla geografia, molto varia, che fa da sfondo al romanzo: dalla mia amata Isola d’Elba, all’Isola di Jersey; da molti luoghi di Parigi alle Bahamas, da Madrid a Londra, da New York a Washington, seguendo le tracce di Ofelia e Wallis. Che mi hanno accompagnato con discrezione in questi anni di lavoro, non lamentandosi quando le abbandonavo per lunghi periodi e ricompensandomi quando ritornavo a considerarle: perché, grazie a loro, ho volato anch’io qua e là, accarezzando con lo sguardo nuovi orizzonti, e vivendo altre vite, mentre il tempo si annullava e il presente si fondeva col passato.

Portoferraio 18.2.2020 MGC

L’episodio racconta l’incontro tra Ofelia e Wallis, nella villa al Bois de Boulogne.

Il giorno in cui quella ragazza, come si definiva e si sentiva, malgrado ormai fosse una donna fatta, oltrepassò la soglia di villa Windsor sarebbe rimasto scolpito per sempre nella sua mente: già aveva trascorso la notte in bianco agitata da mille pensieri: le piacerò? La deluderò? Capirò quello che mi dice? Saprò farmi capire a mia volta? E lui come sarà nei miei confronti: gentile o altezzoso, riservato o impiccione? Avrò spazi di libertà quotidiana o mi mancheranno del tutto? Poi finalmente era arrivata l’alba a scacciare il buio della notte e le sue mille preoccupazioni e, man mano che il mondo circostante si vestiva delle forme e dei colori consueti, anche il suo animo ritrovava l’abituale coraggio. Quando si presentò a Wallis con la valigia in mano e il batticuore in petto, era, almeno all’apparenza, l’Ofelia di sempre. Alla duchessa piacque da subito: scorse in quella bella donna alta, snella, ben vestita e pettinata e dal portamento elegante e dignitoso, non soltanto la persona esteticamente gradevole che aveva già visto in fotografia, ma anche la consigliera delle sue future giornate. Evitò di far trapelare il suo entusiasmo: era pur sempre un periodo di prova quello, ma dentro di sé era soddisfatta. Ofelia si sentì bucare dal suo sguardo incredibilmente azzurro, come se quella signora sconosciuta, che fino ad allora aveva visto solo nei rotocalchi, le facesse la radiografia dell’anima: per un attimo rimase senza fiato, ma ne sostenne lo sguardo senza abbassare il suo; immaginò che la mettesse alla prova, che volesse sondare il suo coraggio e la sua dignità, al cospetto di un’interlocutrice di estrazione sociale tanto più elevata. E non aveva torto: Wallis la sottoponeva ad un esame severo sondando il suo carattere e la sua capacità di resistenza allo stress in un ambiente nuovo, dove un’altra, più timida e meno intelligente, avrebbe potuto soccombere, mostrandosi nervosa e insicura, come un pulcino bagnato. Invece Ofelia, con calma e determinazione, e un lieve sorriso sulle labbra, si faceva sì osservare, ma a sua volta guardava con attenzione chi aveva di fronte: una donna magrissima, non alta ma molto eretta, il viso valorizzato dagli occhi, le labbra sottili, la fronte alta, i capelli molto scuri intrecciati e avvolti a corona intorno alla testa, gli abiti di ottima stoffa e fattura, collier e bracciali in oro, anelli e orecchini di diamanti. Ne intuì la determinazione, la forza, l’indole esigente e caparbia: in quel momento cruciale si decideva il loro rapporto futuro e lei fu ben attenta a indirizzarlo verso i binari che desiderava: una collaborazione in cui il rispetto sarebbe dovuto essere reciproco, pur nell’abisso sociale che le separava. Non era lì per fare da serva a nessuno: il suo ruolo doveva essere quello di farle compagnia, offrirle suggerimenti, essere una spalla a cui appoggiarsi, in caso di bisogno o di scoraggiamento. E in questo avrebbe messo tutto il suo impegno e forse anche il suo affetto.

Anche Wallis capì il gioco di specchi e di riflessi reciproci che si stava svolgendo in quel momento e non fece nulla per minimizzare la risolutezza, che costituiva un tratto fondamentale del suo carattere, perché voleva farsi conoscere com’era, senza maschere, percependo però al contempo che la convivenza con quella ragazza l’avrebbe in qualche modo migliorata, per la ragione che lei non chinava la testa, non si sottometteva, e sembrava dirle: Eccomi sono qui, sono una tua dipendente, ma non illuderti che sarò annullata da te, una bambola nelle tue mani; ti seguirò, ti darò consigli utili, valorizzerò i tuoi lati migliori, e non solo in senso estetico, proponendoti un abito al posto di un altro, ma aiutandoti a far emergere la tua umanità.

La duchessa, pur in tono distaccato, pronunciò parole di benvenuto, usando ora il francese ora l’inglese: anche tale scelta era un modo per mettere alla prova l’interlocutrice, che se la cavò bene in entrambe le lingue; a Jersey, con la sua buona signora, in quegli anni le aveva imparate davvero e adesso era in grado di rispondere con disinvoltura alle domande che le venivano rivolte. Tra l’altro la duchessa le disse che proprio l’anno prima, con il panfilo Sorella Anna, lei e il duca erano sbarcati sulla sua isola, a Portoferraio, e che in loro onore, la sera successiva, era stata data un bellissima festa sul lungomare, all’Hotel Darsena, da poco inaugurato dove prima sorgeva un magnifico palazzo bombardato dagli inglesi durante la guerra. Era stata una serata molto elegante, che le era rimasta impressa per la squisitezza dei padroni di casa… tali Cacciò… li conosceva? Ofelia rispose di no ma si rallegrò di quell’accenno alla sua terra: lo interpretò come un atto di cortesia dei suoi confronti.

Poi fu chiamato il maggiordomo:

“Georges, ti affido la signora Ofelia. Ora sarà stanca ed avrà bisogno di riposare e sistemare le sue cose. Accompagnala dunque al terzo piano, nelle sue stanze, presentale tutta la servitù e fa’ in modo che si senta a suo agio. Poi mostrale la villa, stanza per stanza, e dille tutto quello che è necessario sappia. So di potermi fidare, mi raccomando”.

Con un cenno della testa congedò entrambi ed attese che si allontanassero. Ofelia si sentì rassicurata da Georges: magro, alto, con un viso dolce e sorridente, le parve subito affidabile e onesto. Lo sentì chiamare un cameriere che subito la salutò con deferenza, le prese la valigia e si avviò per le scale. Mentre anche loro salivano l’imponente scala in marmo, dai gradini bassi e comodi fino al secondo piano, più stretta e modesta dal secondo al terzo, e lei guardava incantata ed emozionata lo splendore che la circondava, il suo accompagnatore le si rivolse in un inglese che si sforzava di scandire per farsi capire bene:

“La duchessa mi chiama Georges, ma il mio primo nome è Gaston… ve lo dico per informazione, perché non vi meravigliate, se mi sentite chiamare così da qualcuno… benvenuta in questa casa, Ofelia. Mi raccomando, non siate in soggezione più di tanto, la signora può intimorire, ma vedrete che è meno burbera di quel che sembra. Va saputa prendere, ma, se il mio fiuto non m’inganna, credo proprio che abbia trovato la persona adatta a lei, che non si farà mettere i piedi in capo, e le farà buona compagnia: ne ha un grande bisogno. Vedete, a noi, gente normale, pare che i ricchi e i nobili abbiano tutto e che per questo siano più felici di noi. Constaterete che anche loro hanno mille paure e fragilità, che nascondono dietro i soldi e il potere. E spesso si sentono soli, anche se li vediamo sempre attorniati di persone. Anche lei lo è”

“Sì, avete ragione, signore, l’ho già capito anch’io, dalle esperienze che ho avuto”

“Chiamiamoci per nome, Ofelia, se siete d’accordo. Siamo colleghi!”

“Volentieri, Georges” e nel pronunciare quel nome avvertì che aveva già trovato un amico. 

Indietro giovedì 10 dicembre 2020 @ 18:03 © Riproduzione riservata

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