"L'epidemia e la fede"

Di Raffaele Garofalo

Chiesa

La Dottrina della Chiesa cattolica insegna che Dio non può volere il male, semmai lo “permette”. Sta ai credenti far ricorso alle proprie forze e capacità per debellare ciò che attenta alla vita, la sopprime. Vale per le malattie come per le calamità ambientali, le guerre, la fame nel mondo che ogni minuto toglie la vita a cinque bambini. Nelle chiese i fedeli ascoltano il racconto della moltiplicazione dei pani e si pongono in attesa della ripetizione del prodigio ma il miracolo non avviene; non c’è il ragazzo disposto a condividere pani e pesci...!

Di fronte al “virus” che assale l’umanità e al bisogno di sconfiggerlo, la prospettiva cristiana sarà diversa da quella pagana che invocava la clemenza degli dèi. Il cristiano non attribuisce al suo Dio il castigo che incombe sull’umanità, non deve placarlo come si faceva con le antiche divinità, con il “Dio di Israele”. Il Dio di Cristo non è il Tiranno dei cieli a cui chiedere clemenza per i peccati dell’uomo, secondo la predicazione “minatoria” ricorrente durante le calamità. Il credente è consapevole che Dio può evitare il male e non lo fa. «Date loro voi stessi da mangiare», disse Cristo agli Apostoli sulla scena della “moltiplicazione”. La Fede chiama i cristiani ad “aiutare Dio” facendosi propagatori di speranza e di vita in prima persona nella lotta contro il male (Mt 25, 35-40). È il messaggio delle guarigioni e dei miracoli evangelici, metafore di comportamento più che racconti edificanti.

Nel combattere il male la Chiesa- istituzione dovrà ritenere la scienza come sua alleata, non più concorrente, perché le malattie non si sconfiggono con le Avemaria, e l’Atto di fede, che oltrepassa la ragione, non sarà mai “contro” di essa. Qualcuno ha detto che «la scienza è la risposta di Dio alla preghiera». La maggior parte dei miracoli oggi avviene negli ospedali; è doveroso riconoscerli ed ossequiare i santi viventi che li operano. Papa Francesco si è recato in pellegrinaggio al Crocifisso di San Marcello al Corso, ma non lo riporta in giro per le vie di Roma e non sappiamo se dal sagrato di San Pietro ripeterà il miracolo... La preghiera del cristiano è far luce nella propria coscienza, assumersi responsabilità, e, se pregare vuol dire anche “chiedere”, sarà un chiedere a se stessi più che a Dio perché «il Padre sa di quali cose avete bisogno (Mt. 6, 8).

Se i virologi raccomandano di evitare gli assembramenti, i credenti non faranno i bigotti ad oltranza e le vittime perché le chiese resteranno chiuse per le “sante messe”. Il Vangelo si può meditare in casa e a Dio sarà gradita la preghiera domestica, come avveniva nei primi secoli del Cristianesimo. Da sempre si celebrano messe quotidiane, non per restare gli stessi spesso indifferenti gli uni agli altri... La celebrazione eucaristica è un atto di amore e di solidarietà della comunità, non una liturgia personale. In cielo non sono gradite cerimonie “scaramantiche” che richiamano le antiche offerte agli dèi in cui tutto iniziava all’altare e finiva sull’altare. Per esorcizzare la paura, soprattutto. «Che m’importa dei vostri numerosi sacrifici? [...] L’incenso io lo detesto. [...] Quando stendete le mani distolgo gli occhi da voi; anche quando moltiplicate le preghiere io non ascolto. [...] Imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso» (Is. 1, 1-27).

La “messa” del cristiano è vivere la comunità nel quotidiano e il “sacro” non finisce sulla porta della chiesa. Forse inizia lì. Tutta l’azione di Cristo si svolse fuori dal Tempio. Il maledetto virus farà di noi dei cristiani migliori, più solidali.

Indietro venerdì 3 aprile 2020 @ 17:29 © Riproduzione riservata

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